Peccato per il finale un po' tirato via e nel quale l'autore, come temevo, mi ha negato un paio di piccoli chiarimenti, un paio di misteri che aveva fatto intravedere ma che non si è premurato di esplicitare. Poteva essere promosso con ottimi voti, e invece si accontenta di una buona media.
Parto a casaccio elencando temi & somiglianze.
Modernità contro bei tempi andati: buono quanto Assandira di Angioni.
Gioventù disagiata: anche meglio di Un giorno questo dolore ti sarà utile di Cameron; molto molto meglio del Safran Foer di Molto forte, incredibilmente vicino; meglio di Ammaniti di Come Dio comanda. Uh, c'è anche quella faccenda terribile della Ragazza delle arance di Gaarder... senza paragone! Se penso a quanti precedenti illustri (principalmente statunitensi ma non solo) che si sono ammazzati di fatica per descriverci orde di sedicenni e diciassettenni orfani che, nella loro originalità e nella loro intima sofferenza e nella ricerca delle tracce lasciate dal padre prematuramente dipartito, debbono forzatamente apparire adorabili (anzi, adovvabili) al lettore un po' sfinito e stranito... e invece c'era bisogno di addentrarsi nel cuore delle Marche perché finalmente qualcuno guardasse la cosa dal lato "agricolo" e ci mostrasse il diciassettenne orfano per quello che è: un màt, senza "se" e senza "ma", che i compagni di scuola sfottono chiamandolo "psycho".
Violenza e paesaggi desolati: molto molto meglio di McCarthy, so che per qualcuno questo suonerà come una bestemmia, ma per i miei gusti non c'è paragone. Di sicuro è un ritratto della provincia italiana che non cede alla tentazione di facili poeticherie - forse forse si può arrivare a dire che è un ritratto impietoso della profonda provincia con certi personaggi squallidi come lo Zio Vince fan di Trump, con le frazioni diroccate e semiabbandonate, il mercato di paese con i banchi di vestiti dei cinesi, il luna-park gestito da macedoni, il vecchio oratorio che dal suo stato di sfacelo e abbandono sembra trarre ulteriore consacrazione; e con una ricostruzione tanto accorta finiscono così per sembrare realistiche anche quelle parti che realistiche non sono (quasi una specie di realismo magico); il non fare sconti sulle scene di sangue e/o dolore fisico e anzi il sottolineare quanta violenza ci può essere insita nell'uomo, quanto bestiale diventa l'uomo se lo allontani anche solo un poco dalle convenzioni della città e della civiltà, queste sembrano chiare citazioni di McCarthy, ma con la differenza che nei punti di maggior parossismo il narrare di McCarthy ricordo di averlo percepito come un gusto splatter fine a sé stesso, mentre invece Torino sa fermarsi un passo o due prima di arrivare allo splatter.
Realismo magico, diavolo e acqua santa: ad essere meglio di García Márquez no, non ce la fa, però il tocco di magia-non magia lo usa bene, mai in sovradosaggio e mai a sproposito. Non imita e non fa nessuna parodia, quindi in questo caso ben vengano i riferimenti ai precedenti illustri.
I protagonisti di questa storia (e l'autore con essi) maneggiano il Diavolo e lo Spirito Santo non solo come argomenti quotidiani ma come entità della massima concretezza. Alberi e animali sono anch'essi protagonisti di rilievo nella storia, e in linea con il racconto oscillano tra l'essere rappresentanti di un eden e/o di un mondo fatato, e l'essere promanazioni del demonio.
Protagonista matto: certamente meglio di Bonfiglio Liborio di Rapino e persino meglio di Sokolv ne La scuola degli sciocchi. Questo libro sa spiegare la pazzia nel senso di malattia mentale come pochi altri sanno fare. Nella pazzia c'è sempre un qualcosa di acido, o di rancido, o di andato a male che non tutti gli scrittori sanno ben rappresentare: spesso diventa fin troppo facile presentare "il matto" come una persona ingenua e infantile però tutto sommato adorabile a cui ci si affeziona, a cui è facile oltre che doveroso volere bene. Qualche volta persino Tobino arriva a guardare i suoi matti con occhio un po' troppo benevolo, ma va beh, a lui si possono concedere mille attenuanti. Qui invece no, niente buonismo e niente faciloneria, qui c'è quel tasso di acidità e di cattiveria che è elemento imprescindibile della vera pazzia.
I matti sono coloro che sanno vedere e leggere nel cuore nascosto delle cose ma questa capacità non ha solo un aspetto poetico e bucolico, questa capacità ha anche un aspetto doloroso. In tanti, troppi libri dove c'è il protagonista "matto" gli autori scelgono di vincere facile e si limitano a sottolineare l'aspetto poetico tralasciando quello doloroso che è obiettivamente più difficile da metter giù. Torino qui sa mettere in campo tutti e due gli aspetti ugualmente importanti, due opposti ma inscindibili lati della medaglia.
Condivido e sottoscrivo la nota di @Simone Lisi il quale rileva che l'intenzione di questa scrittura rimane "nebulosa, priva di una morale univoca, cosa che io in generale reputo onesto da parte di uno scrittore". Se Torino avesse oliato alla perfezione l'ingranaggio della trama per far combaciare un paio di fili rimasti penzoloni, sarebbe stato da quattro stelle e mezza; ma anche così le quattro sono meritate già solo per il fatto che, scrivendo di getto, mi sono ritrovata a giudicarlo migliore di tanti altri racconti che ho letto in precedenza.
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