martedì 23 febbraio 2021

Via col vento - Margaret Mitchell

 di Ernest Dowson


Non sum qualis eram bonae sub regno Cynarae


Last night, ah, yesternight, betwixt her lips and mine

There fell thy shadow, Cynara! thy breath was shed

Upon my soul between the kisses and the wine;

And I was desolate and sick of an old passion,

Yea, I was desolate and bowed my head:

I have been faithful to thee, Cynara! in my fashion.


All night upon mine heart I felt her warm heart beat,

Night-long within mine arms in love and sleep she lay;

Surely the kisses of her bought red mouth were sweet;

But I was desolate and sick of an old passion,

When I awoke and found the dawn was grey:

I have been faithful to thee, Cynara! in my fashion.


I have forgot much, Cynara! gone with the wind,

Flung roses, roses riotously with the throng,

Dancing, to put thy pale, lost lilies out of mind,

But I was desolate and sick of an old passion,

Yea, all the time, because the dance was long:

I have been faithful to thee, Cynara! in my fashion.


I cried for madder music and for stronger wine,

But when the feast is finished and the lamps expire,

Then falls thy shadow, Cynara! the night is thine;

And I am desolate and sick of an old passion,

Yea, hungry for the lips of my desire:

I have been faithful to thee, Cynara! in my fashion.


Per buona parte della lettura, l'intenzione è stata quella di aumentare il giudizio da quattro a cinque stelline, ma bisogna riconoscere che la quinta ed ultima parte registra qualche scivolone verso la china della soap, quindi con un po' dispiacere me ne resto dalle parti delle quattro stelle e mezza.

La prima lettura risaliva a dodici o tredici anni fa, e questa rinfrescata della memoria mi ha fatto molto bene, c'erano tanti dettagli che non ricordavo più, sapevo solo con certezza che nel libro c'è tanto tanto tanto di più che nel film, tanti personaggi e scene ed incastri che nella pellicola non compaiono affatto, vuoi per necessità di stringere, vuoi per censura di fronte al pubblico puritano e perbenista degli anni '40 (il film si rivela molto più puritano del romanzo), ma soprattutto per plasmare la protagonista secondo il plot tipico hollywoodiano e secondo il dogma dell'american dream. Da qui mi collego a uno dei due grandi pregi del libro: la Mitchell ha saputo creare dei personaggi pressoché perfetti, compositi, complessi, sfaccettati, pieni, realistici in tutto e per tutto, non ce n'è uno che sia appiattito sul solo bene o sul solo male. Nel film, per forza di causa maggiore ma un po' anche per intenzione di chi ne ha fatto la riduzione, questa complessità si perde fortemente. Questo discorso vale un po' per tutti i personaggi, ma soprattutto - ovviamente - per Rossella: già solo nelle primissime pagine l'autrice ha premura di spiegarci che la ragazzina non è né bella né intelligente: sa affascinare, ma il fascino è un'altra grammatica. Nel corso del romanzo saprà dimostrare una certa furbizia ma è una furbizia sempre e comunque legata all'istinto e all'egoismo. La protagonista del romanzo si dimostra da subito un formidabile ricettacolo di difetti: un'essenza di ignoranza e superficialità, da cui discendono ovviamente la cattiveria e l'egoismo. Ma non è forse il ritratto perfetto dell'adolescente viziato medio (di oggi ancor più che di allora)? Dico questo non per difendere Rossella quanto per lodare la Mitchell: ha costruito un personaggio vero e ci gira e rigira intorno a 360°.

Rossella nella sceneggiatura del film viene completamente snaturata: è nata come figura complessa, e soprattutto vuole esser figura più negativa che positiva; e invece loro la hanno trasformata nel prototipo di eroina moderna che ha caratteristiche prettamente positive. Nel film è bella, è caparbia, è forte, è coraggiosa, è saggia. Per come l'hanno messa nel film, non è che abbia tutte le virtù, ma di certo hanno badato bene a non attribuirle difetti gravi e a censurare le più gravi ragioni di biasimo che invece la Mitchell nel suo romanzo mette in evidenza in maniera spietata. Ora che ci penso meglio, nel film è stata proprio plasmata sullo stampino dell'american dream, quella regola che dice che qualunque cosa tu voglia, se la desideri davvero fortemente e se lotti con tutte le tue forze (ovviamente anche arrampicando e scavalcando gli altri), tu la otterrai e insomma ti spetta di diritto. Questo messaggio si legge chiaro come il giorno in ogni film hollywoodiano a partire da Via col vento in poi, mentre nel libro non è poi così chiaro, sì, c'è anche un po' di questo ma è sfumato con altre mille cose. 
Nella pellicola lei pare saggia perché il famoso concetto "non voglio pensarci adesso, ci penserò domani, domani è un altro giorno" viene pronunciato solo due volte nel corso del film, nei momenti culminanti, quindi messo in questo modo è una forma di saggezza e/o resilienza.  Ma nel libro si scoprirà che questa frase del "ci penserò domani" lei la ripete in maniera ossessiva e imperterrita, sempre e comunque per ogni cosa, decine di volte in tutto, e allora si capisce bene che il carattere del personaggio cambia parecchio, e questa frase emblematica va a rappresentarne la superficialità, l'incapacità di ragionare. Rossella è una che agisce, ha forza, ha il suo istinto, ma ha il cervellino di una gallina. Siccome sapevo già cosa dovevo aspettarmi, con questa rilettura mi sono data la briga di contare le volte che Rossella ripete la fatidica frase: ho contato 21 volte ma qualcuna potrebbe essermi sfuggita. Ha il cervellino di una gallina, è una madre più snaturata di una gatta, eppure in un certo qual modo la rispetto. A costo di ripetermi, ancora una volta: tanto di cappello alla Mitchell che ha saputo creare un personaggio così complesso, composito, stratificato. 

Osservando le scene che si svolgono ad Atlanta, agli albori della guerra, in casa da Zia Pitty e al ballo della vendita di beneficienza, mi è venuto da fare un paragone azzardato che però ha trovato qualche conferma anche nel prosieguo della lettura: i meccanismi psicologici in virtù dei quali gli atteggiamenti e persino i capricci di Rossella vengono puntualmente interpretati alla rovescia da tutti coloro che le stanno attorno, (ok, tutti tranne bellimbusto-Gable che fino all'ultimo sa leggerle nel pensiero) sono gli stessi utilizzati da Flaiano in Tempo di uccidere. Altro punto a favore della Mitchell.  

La Mitchell si dimostra a tutti gli effetti una pioniera, racconta la sua storia prendendo le mosse da due personaggi assolutamente originali, due anti-eroi. Oggi per noi è normale avere tra le mani dei romanzi i cui protagonisti sono degli anti-eroi, anzi direi che ormai è diventata la regola, ma all'epoca in cui scriveva la Mitchell credo che fosse ancora una rarità.

Mi ero impegnata alla rilettura già da novembre, in una sorta di fioretto di gruppo che potesse in qualche modo sostenere Biden verso la vittoria alle elezioni, nei giorni in cui proprio la Georgia risultava in bilico. Mai accostamento di idee fu più azzeccato, perché nel romanzo si dimostra e si spiega alla grande com'è che agli inizi del ventunesimo secolo gli Stati Uniti si tirano dietro questioni nate proprio durante gli anni raccontati dalla Mitchell (allo stesso modo in cui, nell'Italia unificata di oggi, ci tiriamo dietro problemi che sono ben antecedenti al 1861).  E da qui deriva il secondo grande pregio del romanzo: racconta la guerra di secessione, con tutte le complicazioni e con tutte le derivazioni, come e forse meglio di un saggio storico. Ci sono situazioni crude, ci sono palesi espressioni di razzismo, come dicevo poc'anzi ci sono tutti quei problemi che siamo abituati a dover fronteggiare e discutere ancora oggi. Ma io non ci ho trovato una giustificazione del razzismo o dello schiavismo, il romanzo si limita a raccontare, l'autrice va ad esporre una situazione calandovisi con i piedi oltre che con la mente, esattamente allo stesso modo in cui un romanzo che raccontasse la Germania del primo dopoguerra non deve necessariamente essere un'apologia del nazismo. Provare a spiegare, sviscerare, calarsi nel punto di vista non significa scusare a priori. La traduzione antiquata non mi ha disturbato affatto, per me è un tutt'uno con l'essere antiquato anche il romanzo. Addolcire la parlata degli schiavi togliendo il "Sì, badrone" ed espressioni affini, non serve certo ad eliminare l'onta di tutto quel che è stato nella realtà, ma intanto toglie mordente alla narrazione, perché quella parlata è un tutt'uno con l'immagine, con i gesti, con gli atteggiamenti di quelli che purtroppo schiavi lo sono stati veramente. Ad esempio: Mammy, in quale altro modo potrebbe parlare, una volta che è stata descritta con il suo turbante bianco e con il suo broncio con il labbro pendulo? Alla fine quel che conta è il contenuto, e il contenuto mostrerà persone tonte oppure intelligenti, più o meno buone, tra i neri così some tra i bianchi. 

Il contenuto mostrerà una quantità di frecciate e stoccate da parte della Mitchell verso l'arroganza e la presunzione e l'ignoranza non solo della giovinetta Rossella ma anche di tutta quella società perbene che già nel suo tempo migliore stava vivendo fuori del tempo. Per lo meno, questo è quello che ci ho letto io: a me è parso che la Mitchell volesse fare delle critiche ma invece di fare una tirata e spiattellare lì un pamphlet, la sua critica l'ha fatta in modo molto più sottile e femminile, e l'ha costruita tutta su frecciatine. Per fare la sua critica ricostruisce tutto il mondo dell'epoca e poi ci inserisce dentro due "schegge impazzite" quali sono Rossella O'Hara e Rhett Butler, per poi stare a guardare l'effetto che fa l'inoculazione di questi due corpi estranei. Anche la minuziosità nel descrivere tutti gli obblighi, tutte quelle regole non scritte che derivano dalle convenzioni sociali della società perbene: portare questa minuziosità così all'eccesso può avere una sola spiegazione, e cioè mostrare la follia di quest'ammasso di regole. Solo in un paio di casi si sbilancia e parla di "esagerata" galanteria verso le donne, per il resto non fa critiche aperte alle convenzioni dell'epoca e alle regole cui le donne erano soggette, ma come ho già detto, esporre il tutto con così grande abbondanza di dettagli, esponendosi al grande rischio di annoiare il lettore, può avere senso solo se vi si cerca un subdolo secondo fine. 

A ben vedere, è molto più acidina la Mitchell, sebbene si esprima attraverso un romanzo rosé, rispetto il Saltykov-Ščedrin che ho letto esattamente un anno fa, che con una cronaca attenta e obiettiva racconta gli ultimi rigurgiti di un mondo la cui esistenza si basa sulla servitù della gleba; il quale Saltykov-Ščedrin, pur non risparmiando le critiche all'istituto della servitù della gleba e al modo in cui venivano sottomessi i contadini da parte dei nobili, non si sbilancia tuttavia a mostrare nessun tipo di risentimenti o animosità verso la sua casta di appartenenza, tutt'al più si limita a fare dell'ironia dipingendo i propri parenti in maniera caricaturale (però che eleganza della scrittura, questo bisogna riconoscerlo...). Interessante comunque notare che negli stessi anni, in due opposti punti del globo, i problemi erano uguali identici.

La ricostruzione dell'assedio di Atlanta è davvero mirabile: il caldo e poi le piogge estive, i silenzi stupiti e poi le cannonate in lontananza, la coralità che riporta i discorsi della gente della cittadina in cui si alterna l'esaltazione per le vittorie allo scoramento per le sconfitte. Questa parte è forse la più magistrale. E a proposito della coralità, cercavo un paragone e forse l'ho trovato: è la stessa di Steinbeck in Furore

Così come avviene per le convezioni sociali perbeniste, anche la guerra civile viene esposta nei dettagli e denudata nelle sue contraddizioni: nordisti contro sudisti, fanti e artiglieri contro guardia nazionale, mito della Sacra Causa contro brutale realtà di ferite e sangue e pidocchi; e ancora: bianchi contro neri, neri domestici contro neri contadini, ricchi contro poveri, sudisti benestanti contro nordisti proletari, e poi proletari divenuti benestanti contro ex-benestanti che però mantengono le arie da signori nobili, e ovviamente tutte queste categorie si intersecano tra loro, e in più ciascuna di queste categorie ha i suoi rinnegati e i suoi riabilitati per cui alla fine quel che ne risulta è veramente il caos massimo, un caos tale che se uno riesce a farsene un'idea non può che comportare derisione e/o compatimento. Anche in questo la Mitchell è stata micidiale, la sua lama è veramente affilata, troppo affilata per non chiedersi il perché e il percome di ogni singolo dettaglio della narrazione e di ogni minima scelta di stile. 

Questa seconda lettura mi ha dato grande soddisfazione, e anche questo è un test non da poco, se si pensa a quante volte i grandi classici che ci sono piaciuti, alla seconda lettura finiscono per perdere smalto e mostrare vistose crepe. Non è questo il caso, e anche sotto questo aspetto il romanzo batte il film: i colori, la fotografia, i montaggi e gli effetti speciali ancora rudimentali della celebre pellicola possono arrivare a perdere fascino, e invece il romanzo non ha perso un grammo del suo peso specifico. 



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