Leggere Odore di chiuso di Malvaldi è stata una discreta delusione, ma mi ha dato il La per arrivare alla lettura di questa biografia dell'Artusi: ho trovato una bella scrittura, antiquata al punto giusto (dal nostro punto di vista), moderna al punto giusto (dal suo punto di vista). Per essere una autobiografia, è assai poco corposa e strutturata, in definitiva è poco più di un elenco di aneddoti in ordine cronologico. Ma il valore della testimonianza, che si riflette sia nella forma che nei contenuti, è realmente prezioso. E ad impreziosire ulteriormente il tutto, c'è la sincerità dell'autore: si descrive impulsivo e testa calda ma poi si dimostra timidone in pubblico; voglioso con le donne di bell'aspetto e in ispecie le cameriere, finanche un poco misogino in qualche passo, ma pur sempre rispettoso nei momenti cruciali; in politica denuncia le ruberie e i soprusi da parte del clero, ma riconosce l'assurdità di pretendere una repubblica in un momento storico in cui si deve pensare ad unire e non a dividere. E ancora: un Artusi moderno nel rimanere allibito di fronte ad episodi di maltrattamenti di cani o gatti; viepiù moderno nel lamentarsi dei servitori e subordinati di ogni genere considerandoli tutti ladri e mangiapane a tradimento, fosse anche solo in potenziale.
Testimonianza storica preziosa anche nelle piccolezze: rispondendo all'annoso dilemma (miglia o chilometri?) che mi ponevo nella recensione a Stirpe selvaggia di Eraldo Baldini, ho trovato qui un elemento che depone a favore del Baldini. L'Artusi scrive nel 1903, e raccontando un aneddoto che si svolge nel 1840 circa, menziona una distanza in miglia tra paesi (e oltretutto proprio in Romagna, quindi proprio negli stessi luoghi e stessi anni dove Baldini ha ambientato il suo romanzo).
Quanto mi piace collegare i romanzi e le storie e gli autori, come se fosse tutto un unico enorme romanzone.
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