Vorrei assegnare quattro stelle e mezza, per il solito discorso che se dessi cinque stelle qui, poi come si farebbe a tenere distinti i mostri sacri come l'Iliade, o Guerra e pace o che so io? Ma che diamine, tanto ne ho già date cinque anche a Servignani, Baricco, Dessì e Guareschi e tanti altri.
Alla Stepnova vorrei assegnare cinque stelle tonde perché questo romanzo ha tutta la completezza e la complessità per essere definito un'opera-mondo. Un mondo sovietico, s'intende, e neanche sovietico in senso lato, ma nel senso dell'élite della nomenklatura, la crème de la crème che attraversa praticamente indenne ben due stravolgimenti tellurici (prima tra il '17 e il '18 e poi tra '89 e '91) e che osserva il mondo da un punto di vista tutto suo. È un micro-cosmo, ok, ma non ha forse ugualmente la complessità di un universo? E la ricostruzione della complessità di questo universo avviene non tanto - o comunque non soltanto - attraverso le storie narrate, ma soprattutto attraverso i dettagli insiti nella narrazione stessa: la terminologia, le citazioni, le battute rivolte al lettore, le battute nei brevi passaggi corali, gli oggetti e le ambientazioni; il tutto compone una ricostruzione che si può veramente dire a 360°. Non è forse notevole la capacità di abbracciare in un romanzo solo un così importante pezzo di Storia?
Lo scienziato russo è una figura abusata soprattutto in cinematografia dove fa quasi sempre da spalla e quasi sempre figura tra i cattivi; in letteratura l'ho incontrato molto meno, anzi a pensarci bene finora mai incontrato, e la Stepnova offre su questa figura un punto di vista molto interessante. E per fortuna qui non interessa a nessuno la divisione buoni/cattivi.
Il Lazar' del titolo è una metà via tra il Will Hunting del film con Matt Damon e il Florentino Ariza de L'amore ai tempi del colera. A quest'ultimo Lazar' assomiglia per un amore impossibile atteso per lunghissimi anni (anzi, a dire il vero sono due amori ma per lui è come se fosse la stessa donna); mentre con il primo ha in comune una genialità indiscutibile che si manifesta in quell'empireo in cui si intersecano chimica, fisica e matematica, una genialità da tutti ammessa e riconosciuta e che gli consentirà una scalata rapida quanto anomala nella nomenklatura delle università e dei vari istituti più o meno segreti in cui sono richieste le sue competenze. Con Will Hunting, Lazar' ha in comune anche il carattere tagliente, sul limite della strafottenza, e la ritrosia ad aprirsi circa le storie del suo passato (quindi strafottenza come forma di difesa, banale ma ci sta).
Intorno a lui l'autrice costruisce una rete di storie e personaggi prevalentemente femminili - ma non soltanto; storie che corrono avanti e indietro nel tempo tra la fine del XIX e l'inizio del XXI secolo; storie che si incastrano tra di loro (il paragone con la matrioska risulta fin troppo facilone ma è obiettivamente calzante, la definizione di saga familiare sarebbe alquanto riduttiva e ingenerosa).
La scrittura è eccellente, ricchissima, densa di metafore e incisi mai banali. Non dà la sensazione di ricercare barocchismi o manierismi fini a sé stessi, o fini allo stupire ad ogni costo: di tutto questo non vi è traccia ed è un bel punto a favore; però devo prendere nota che la elevata densità di metafore in qualche tratto si avvicina molto al limite da non superare mai per non mandare il lettore in overdose. Vi si avvicina in maniera funambolica ma non lo supera, tutto sommato un altro punto a favore.
Un interessante excursus offre un punto di vista del tutto nuovo sul mondo della danza classica: generalmente presentato come un mondo da fiaba (forse solo per assimilazione con le scenografie e le coreografie più popolari), altre volte presentato come un olimpo di cui solo chi ha la maggior caparbietà e le migliori doti naturali può raggiungere la vetta, qui invece ci viene proposto come un autentico girone infernale. Fosse anche solo per il fatto che la protagonista di questo capitolo, invece di inseguire il successo ad ogni costo come vediamo ogni giorno in ogni film e serie TV tutti impostati (o impastati) sullo stampino dell'american dream, dicevo questa protagonista il successo semplicemente non lo desidera, sono gli altri che ce la vogliono spingere a viva forza ma non è quel che vuole lei. E allora mi accorgo che anche questa parte del racconto, verso il finale, si ricollega alla storia di Will Hunting che ho già citato all'inizio: se una persona è dotata per una certa attività, sportiva o intellettuale che sia, è un peccato sprecare quelle doti abbandonando tutto, o non è forse ancor più un peccato forzarla ad assecondare le doti di natura per quanto l'attività in questione sia per quella persona di poco interesse?
I temi sono tanti e interessanti e ben sviscerati. Forse il motivo per cui mi fermo a quattro stelle e mezza è solo nel finale un po' facilino, non proprio tirato via ma dopo tutta la complessità che lo precede pensavo di potermi aspettare un qualcosa di appena più arguto. Comunque sia, un ottimo romanzo da voti alti, che meriterebbe maggior popolarità e consigliatissimo a tutti: ciniconi e romanticoni, nostalgici dell'impero e nostalgici comunisti, ognuno troverà qui pane (e sale) per i suoi denti, e nessuno troverà offese e tantomeno giudizi universali.
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