È a dir poco delizioso prendere in mano Forester e ritrovare le stesse atmosfere, le stesse ambientazioni di O'Brian, con le navi e con gli inviti a pranzo al Palazzo del Governatore a Gibilterra, e addirittura con personaggi in comune come Sir Edward Pellew e Sir John Jervis. Una noce moscata di consolazione (cit.).
Altrettanto delizioso è leggere un romanzo ambientato sulle navi della Royal Navy standosene accomodati in una casetta anch'essa tutta di legno, proprio come gli imponenti bastimenti. Il vento e il sole di montagna possono quasi assomigliare a quelli di alto mare.Gustosissime le descrizioni del cerimoniale, dell'etichetta, dei gesti e dei costumi di fine settecento: sottilmente autoironiche eppure perfettamente realistiche.
Mentre O'Brian ci presenta un Aubrey già adulto che si aspetta la nomina a capitano, Forester ci fa conoscere il suo protagonista da diciassettenne spilungone, dapprima deriso dal resto dell'equipaggio in quanto soffre di mal di mare già in porto, e in seguito, grazie a qualche colpo di testa e qualche botta di fortuna, ribattezzato di man in mano con nuovi nomignoli, come ad esempio "angelo volante" grazie ad un fortunoso volo da un pennone all'altro. Nel frattempo il XVI° sec. volge al termine e le guerre napoleoniche seguono il corso che tutti ben sanno. Gli episodi che concorrono alla formazione del giovane Hornblower sono spezzettati, separati tra loro come singoli racconti, anche se, com'è ovvio intuire, l'insieme forma a suo modo un unicum, una sorta di romanzo anomalo-alternativo che copre un lasso di diversi anni.
Infine, squisita anche la costruzione del carattere di Hornblower, tutto il contrario del supereroe: è impacciato, spesse volte fifone, e altrettanto spesso si risolve a colpi di testa e gesti tesi a dimostrare audacia proprio con l'unico scopo di nascondere la fifa di cui si vergogna mortalmente.
Come nella tradizione, l'ultimo capitolo è il migliore e più avvincente di tutti, e non fa pentire di avere già pronto nello scaffale il secondo volume della serie.
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