Ben scritto e page-turner. La trama è quella di una soap, ma obiettivamente c'è molto di più della storiella d'amore: c'è una saga familiare; c'è la Storia dell'Australia e della Nuova Zelanda, con i coloni e con i galeotti; storie di eredità, guardiani e mandriani, una sorta di nobiltà fatta di parvenus oltre che di emigrati, irlandesi e scozzesi e gallesi uniti dalla nostalgia per la terra natìa nonché dal rancore verso l'Inghilterra quale matrigna che sempre ha preso e mai nulla ha dato; inoltre i profili psicologici per nulla banali, a partire dai due innamorati, eroi e antieroi al tempo stesso. C'è una buona dose di religione e di misticismo; il tema del senso di colpa è ricorrente più volte lungo la trama anche se in fin dei conti non completamente sviscerato. C'è inoltre una grande attenzione per la genetica, al punto che in qualche passo si potrebbe accusare l'autrice di razzismo, oppure di precorrere i passi di George R.R. Martin in cui le singole famiglie si identificano per i colori dei capelli e degli occhi e un eventuale "intruso" finisce per spiccare come un'insegna al neon.
L'ambientazione è speciale: il grande allevamento australiano, con la dimora principale e tutti gli accessori e pertinenze; per "vedere" Drogheda bisogna immaginarsi una cosa un po' più grande e un po' più completa di Faraway Downs come la si vede nel film Australia. Una volta che il lettore se l'è immaginata, ci si affezionerà come e più dei personaggi stessi, e ogni volta che questi ultimi faranno ritorno a casa, sarà sempre una gioia anche per il primo.
Ultimi due capitoli un po' tirati per le lunghe e finale un po' telefonato, ma questo non toglie punti al gradimento, è stata innegabilmente una lettura piacevole. Forse anche grazie al fatto che non ho mai visto nemmeno un fotogramma dello sceneggiato televisivo targato anni '80: bene così.
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