Gradevolissimo ed elegantissimo romanzo di formazione, ambientazione Cina coloniale anni venti o forse trenta, si legge tutto d'un fiato nonostante le apparenti banalità, e si fa amare specialmente nei dettagli dei profili psicologici; indulge vagamente su qualche riflessione filosofica ma la brevità del tutto gioca a suo favore (leggasi: al contrario di altri autori non la tira troppo per le lunghe); credo che leggerò presto qualcos'altro di Somerset Maugham: e dire che trovavo il nome vagamente respingente.
Con quel romanzone-polpettone di tale Adam Williams, Il palazzo dei piaceri celesti, l'ambientazione della Cina coloniale mi aveva lasciato un saporaccio in bocca, lo scorso autunno: ora per fortuna mi sono rifatta, e anzi mi pare di poter dire con una certa sicurezza che quel polpettone di Williams non sia altro che un brutto remake di questo famoso romanzo di Maugham.Sarà la suggestione del titolo ma con questo libro è proprio inevitabile ritrovarsi a fare paragoni pittorici: l'autore usa pennellate raffinate, un gusto che mi viene da definire manierista anche se non so bene il perché, non ha pretese di realismo super perfetto ma non tenta nemmeno di stupire con una fiction ad effetti speciali. Sa essere pacato e misurato anche quando racconta del tristume e dello squallore, delle miserie e delle meschinità.
Il "velo" del titolo è un riferimento generico che si può trovare tra le riflessioni della protagonista, i titoli possibili potevano essere tanti altri. Sarebbe stato più divertente e calzante con lo spirito ironico dell'autore (e di alcuni dei protagonisti) se si fosse intitolato "a morire fu il cane": citazione dell'ultimo verso dell'Elegia di Oliver Goldsmith che compare in una delle scene più intense del racconto.
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