Romanzo-commedia che propone alcune riflessioni in comune con Umiliati e offesi, ma le maggiori somiglianze sono in comune con Il Giocatore. Spassoso e caleidoscopico quanto Il Giocatore, egualmente zeppo di battute e modi di dire, lo stesso ritmo serrato, quasi precipitoso, stesso intreccio costruito su una ipotetica famiglia tanto russa quanto strampalata. I due romanzi hanno lo stesso tono, se non sono proprio gemelli son per lo meno fratelli. Ma questo è molto meno conosciuto e poco (o per nulla) osannato: perché? Eppure sembra essere stato un'importante fonte di ispirazione per altre opere celebri. Annoto collegamenti con Saltykov-Ščedrin: il protagonista Fomà Fomič richiama molto da vicino il Porfirij protagonista dei Golovlëv; poi Pošechon'je viene citato come posto dimenticato da Dio; poi si cita anche il "buon tempo antico" che sarebbe il titolo originale dei Fatti d'altri tempi nel distretto di Pošechon'je. Tutti questi riferimenti mi sembravano lì per lì intenti di polemica e/o ironia nei confronti di Saltykov-Ščedrin, ma poi riflettendo meglio e andando a verificare, trovo conferma che i lavori di Saltikov-Sčedrin sono successivi a questo di Dostoevskij, e dunque è Il villaggio di Stepančikovo che ha, con ogni evidenza, fornito materiale per i Fatti d'altri tempi e per i Golovlëv.
Altro riferimento: l'episodio del servo Vidopljàsov che si sceglie un nuovo nome, direi che si potrebbe trattare dell'idea che verrà riutilizzata da Bulgakov in Cuore di cane. E poi chissà quanti altri collegamenti che io, dal basso della mia ignoranza, non sono in grado di rilevare.C'è tutto il campionario di casi umani che, come ben si sa, si può trovare in tutte le opere del nostro, ma qui c'è un quid, o meglio un plus: è un campionario da manicomio, a detta esplicita dell'autore per mezzo della voce narrante nonché nipote di uno dei protagonisti.
Attraverso la chiave grottesco-drammatica si espone non solo la condizione degli schiavi - sia contadini che servitori domestici - ma anche e soprattutto quella del "lavapiatti" di derobertiana memoria, e del buffone di corte che cerca con ogni mezzo, anche quello dell'auto-umiliazione, di compiacere il suo padrone, salvo poi, dietro il voler compiacere, nascondere sentimenti velenosi.
E poi mi prendo il lusso di citare e ricopiare la recensione di @Mariarosaria che per rappresentare il ritmo sostenuto con cui Dostoevskij spara le sue raffiche e porta avanti la sua narrazione, dice che qui "...abbondano le urla accalorate, i feroci litigi, le invettive retoriche, i sussurri pettegoli, i lamenti amari, i forbiti eloqui, le grida dispotiche, il discettare dialettico, le frecciatine sarcastiche, i pianti disperati, le declamazioni oratorie, le geremiadi deprimenti, i conciliaboli sottovoce, le tirate velenose, e chi più ne ha più ne metta".
Quanto alla grandezza e alla complessità di Dostoevskij, non c'è - no di certo - bisogno che la mia misera e patetica e lenzuolosa arringa si sforzi di perorare la sua causa. Quindi sarà un'arringa sintetica: leggetelo.
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