Nel complesso sono felice di averlo letto, ho ritrovato molti dei guizzi di comicità che ricordavo di aver trovato in Cuore di cane e ne Il Maestro e Margherita; così come pure gli slanci di sincerità sgangherata della voce narrante, che non possono non far fare delle sonore risate. Tuttavia, resta pur sempre un'opera incompiuta, non soltanto perché manca di un finale vero e proprio, ma soprattutto perché manca di un certo tipo di revisione. E poi gli innumerevoli, infiniti infiniti riferimenti all'ambiente del Teatro di Mosca con cui Bulgakov intende polemizzare, anzi verso il quale l'autore vuole esprimere il suo rapporto di amore-odio: se non ci fossero le note sarebbero riferimenti impossibili da comprendere e così nel romanzo uno ci capirebbe meno di un decimo di quello che c'è da capire. Però interrompersi ogni cinque righe per andare a consultare le note, non è che sia poi quel gran divertimento, finisce per appesantire non poco la lettura. Ancora non so se mettere tre o quattro stelle. Tre sarebbero più aderenti al vero, più aderenti alla soddisfazione ricavata dalla lettura e alla media matematica tra i pregi e i difetti. Poi forse finirò per arrotondare a quattro per il puro affetto verso l'autore. Comunque, tra le sue tante opere, non che questa rappresenti un di più, ma certo non è quella con cui iniziare se non si conosce l'autore.
Inizio a leggere e si rivela il solito manicomio a cui è abituato chi ha già letto Bulgakov. E che il diavolo mi porti se non ci si sguazza, in un manicomio così. Quindi procedo di buon grado.
A dire il vero, l'espediente narrativo dello scrittore che riceve un manoscritto e lo pubblica così com'è, e bla e bla e bla, andava bene con Manzoni ma ormai è una roba vecchia come l'Arca di Noè. E del resto, sappiamo i problemi che c'erano quando Bulgakov pubblicava - o meglio, cercava di pubblicare - le sue opere, ma dubito che questi espedienti potessero essere di effettivo aiuto.
La ridda di personaggi è a dir poco corposa, dall'inizio alla fine vengono sparati come una raffica di mitraglia, e per non perdermi ad un certo punto ho dovuto iniziare a segnarmeli:
Griša Ajvazovskij - capo sezione letteraria coorte
Miša Panin - responsabile sezione letteraria
Ivan Vasil'evič - direttore teatro
Pëtr Petrovič - amministratore teatro
Osip Ivanič - attore
Anton Antonovič Krjaževič - responsabile accettazione nuovi drammi
Gavril Stepanovič - vice direttore
ecc. ecc.
Noto poi una certa aria di vecchiume che si rivela essere alquanto ottocentesco pur essendo il racconto ambientato in epoca moderna, ma a ben vedere è un'aria troppo dostoevskijana per non lasciarsi amare. Tanto per dirne una, la stanzetta in cui vive il protagonista Maksudov, nella mia immaginazione, l'ho vista tale e quale a quella in cui vive il protagonista di Umiliati e offesi.
Dopo un lungo preambolo (fino al capitolo 8) ecco emergere il vero e attualissimo tema del romanzo: l'ubriacatura, il senso di ebbrezza di fronte allo spalancarsi di concrete possibilità di fama e successo. Il vuoto mentale che segue questo innamoramento e la conseguente crisi di idee e il blocco della creatività. Il rapporto quasi malsano dell'artista con il successo: una cosa temuta eppure necessaria, agognata e al tempo stesso detestabile. L'artista crea la sua opera ma poi deve lasciarla andare in giro per il mondo e ancor peggio vederla manipolata dagli uni, modificata dagli altri, criticata da altri ancora. Eppure, se l'avesse tenuta solo per sé, che opera d'arte sarebbe? Contraddizioni apparentemente insanabili. Il senso di dipendenza, come con una droga: l'essere disposti a tutto pur di non essere cacciati da quel mondo che si ama e si odia al tempo stesso. In generale, e per quanto in maniera ironica e strampalata, vi si espone tutto il dramma interiore dello scrittore. Anzi, c'è il connubio perfetto tra il dramma interiore che è cosa quanto mai reale e realistica e attuale, e una comicità dell'assurdo fatta di demenzialità che non stanno né in cielo né in terra. I gatti che spricciano in ogni dove - interno ed esterno, giorno e notte - son tanto più spassosi in quando assurdi. Sono come i vermi ed i salami e le matite piantate per terra nei fumetti di Jacovitti. La palma d'oro della comicità va a parimerito al gatto arrampicato sulla tenda di tulle e all'orso bruno impagliato con le lampadine al posto degli occhi.
Ma poi, a parte il dramma interiore dell'artista (scrittore), di cosa altro diavolo vuol parlare questo romanzo? Non c'è dubbio che sia un'opera fortemente autobiografica (e come detto all'inizio, senza le numerose note sarebbe impossibile cogliere tutti i riferimenti). E riflettendo meglio, mi accorgo che questa è autofiction ante litteram: insomma è una cosa vecchia ma al tempo stesso più attuale di così non si può.
Altre note interessanti le ricopio leggendo le recensioni di @lunadigiorno che lo definisce "pirandelliano, favolistico e malinconico come un quadro di Chagall" e di @viducoli che scrive "La vicenda del debuttante Maksudov che entra nel mondo culturale moscovita scrivendo un romanzo ed un dramma teatrale, trovandosi ben presto avvolto nell'assurdità del clima culturale dell'epoca e circondato da "colleghi" accucciati al potere e pronti a pugnalarlo alle spalle, deve essere letta appunto come una satira feroce del rapporto tra l'artista e il potere, nonché della meschinità di gran parte dell'intellettualità russa del tempo."
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