martedì 4 giugno 2024

Le cose della vita - Paul Guimard

 Finito di leggere ieri pomeriggio in pensatoio. Un pomeriggio molto verde e molto assolato eppure ancora molto freddo, per stare fuori mi sono dovuta imbacuccare in un giaccone. Per essere inizio Giugno c'è ancora così freddo: le pampogne stramazzano a terra stordite come gli uccelli della glaciazione di Paolo Di Paolo. Il pensatoio è una specie di salottino da té estivo che allestisco sul retro della casa. Attraverso un pertugio nella legnaia, come un passaggio segreto, si sguscia in una sorta di terrazzamento immerso nel verde, che consente di tenere d'occhio la strada sottostante senza essere notati di primo acchito da chi vi passa. L'ho ribattezzato pensatoio perché è un luogo - quasi una stanza - che non ha una sua vera utilità, non ha uno scopo ben definito come le altre stanze e pertanto non sa meritarsi un nome più specifico. Ma grazie a Dio che esistono anche le cose inutili, belle solo in quanto belle, o anche soltanto un po' carine o simpatiche. Se ci si dovesse fermare solo all'utile, sarebbe la fine. 

E così senza volere sono arrivata al titolo del romanzo, Les choses de la vie, le cose che hanno una grazia tutta loro e che il protagonista imparerà tardivamente ad apprezzare. Inutile dire che, avendo recentissime esperienze ospedaliere e di dolore fisico e qualche volta anche di paura, ho trovato qui molte assonanze e similitudini con la mia storia personale. Ma non starò a raccontare nel dettaglio i singoli ricordi affiorati durante la lettura, dovrei star qua fino a notte e sarebbe un lungo racconto terribilmente tedioso. Mi accontenterò di scrivere che le riflessioni, il flusso di coscienza del moribondo, sono per la stragrande maggioranza calzanti e realistiche. 

Già, il flusso di coscienza: all'inizio-inizio, nelle primissime pagine, non mi faceva impazzire. E in più ho incontrato numerose frasi così arrotolate su sé stesse da risultare poco comprensibili, e mi portavano a ripetermi in continuazione "not my cup of tea, not my cup of tea...". Ma il Bookclub serve anche a questo: provare ad andare oltre un proprio limite. E così, proseguendo nella lettura, inizia a squarciarsi un velo: si inizia a capire in che modo la dilatazione e la contrazione sia dello spazio che del tempo sono temi centrali del racconto. A voler semplificare anzi banalizzare il discorso, si potrebbe dire che è un po' lo stesso tema di Sliding Doors: per soli tre secondi, cambia tutto. Tre secondi in più o in meno fanno la differenza tra vivere e morire, tra capire tutto e non capire niente. 

Intorno ad una trama semplicemente insignificante (un incidente d'auto non solo descritto in modo  meticoloso ma che viene letteralmente vivisezionato al ralenti) si va costruendo un meccanismo che è come quello di un orologio svizzero: un ingranaggio, girando da una parte, fa azionare un contrappeso dall'altra, il quale a sua volta mette in moto altri movimenti. E la beffa del finale è proprio un uccellino che spunta fuori facendo il suo beffardo "cù-cù". 

Concludendo: di solito faccio fatica ad andare d'accordo con gli autori francesi moderni e contemporanei, ma stavolta il libro mi è sinceramente piaciuto. 




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