domenica 22 settembre 2024

La dama dei gelsomini - Lisa Laffi

 Non vado oltre le tre stelle perché per quanto piacevole sia, l'opera non è esente da difetti. All'inizio del racconto la quota di contenuto più strettamente storica assume toni vagamente didattico-didascalici, nei dialoghi tra maestro e allieva, ed il tutto si inserisce malino nell'impianto complessivo: questo difetto va poi diluendosi con il procedere della lettura. La scrittura non è male, ha un buon grado di leggerezza e discorsività: questo è sia un pregio che un difetto, in quanto una maggior elaborazione avrebbe dato più credibilità alla (ri)costruzione storica. Per non parlare di quanto avrebbe giovato un minor ricorso a certe "facilonerie" da film hollywoodiano (esempio uno: i teneri abbracci in cui qualcuno/a dice a qualcun altro/a "...andrà tutto bene..."; esempio due: un lui che scuote una lei afferrandola per le spalle e le parla dritto in faccia per convincerla a desistere dalla sua testardaggine... nel cinquecento non si parlava così e non ci si atteggiava così).

I discorsi da adulti messi in bocca a bambini rappresentano uno degli errori più madornali con cui rovinare un romanzo, anche tenendo conto del contesto storico (leggasi: un ragazzino di otto/nove anni di allora può ben equivalere a un diciassettenne/diciottenne di oggi, ma anche così, un diciottenne non ragiona e non parla allo stesso modo di un adulto, non fa certi discorsoni e certe considerazioni). La lingua più in generale: scrivere tutto un romanzo nella lingua dell'epoca sarebbe pesantino, sia da scrivere che da leggere... però forse, chissà, un giorno un qualche bravo storico saprà osare (cioè inventare) una metà via?
Il maestro Leonardo è descritto decisamente dal punto di vista del senno del poi. Oggi noi lo consideriamo come genio massimo ed indiscusso ma allora doveva apparire ai più come un rivoluzionario e/o uno spostato. L'immortalità delle sue opere e del suo genio è ben facile da comprendere se ci si trova nel ventunesimo secolo, ma per chi viveva all'inizio del sedicesimo, non doveva essere cosa facile anche soltanto da intuire. Lo stesso dicasi per l'aura mitica e/o leggendaria che circonda la figura di Caterina Sforza: siamo così sicuri che ancora prima di morire fosse già una leggenda vivente?

Molto sensato è comunque, da parte dell'autrice, porsi la domanda: in un'epoca in cui non era facile essere donna e neanche essere madre, come dev'essere stato ritrovarsi per madre una figura completamente fuori da ogni schema e consuetudine? Ed è da qui che il romanzo prende le mosse iniziali.

Ci sono dettagli che credevo completamente inventati e che invece l'autrice, in postfazione, assicura essere fatti veritieri e documentati.
Il "dono" di Bianca ossia la sua capacità di intravedere brevi sprazzi di futuro, a metà via tra il dejavù e la chiaroveggenza, è un elemento molto intrigante oltre che un'elegante rielaborazione della leggenda di Valentina Visconti.
Più in generale, si tratta di un periodo storico in cui è sempre molto piacevole lasciarsi trasportare e perdersi.

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