Sta bene il romanzo actionless, tutto fatto di descrizioni, tappezzerie dai colori tenui, ninnoli esposti in bell'ordine sul tavolino nel bow window, chiacchiericcio sommesso e allusivo e a tratti onirico. Sta bene anche la narrazione con ritmo lento e placido come il grande fiume. Però, stanti queste premesse, mi è mancato un quid.
La gran quantità di frasi e pensieri dal significato assolutamente vago, indefinito, sibillino (o forse è più sincero ammettere inesistente...) arriva infine a frustrare e spazientire. A tratti mi ha ricordato qualcosa della Lispector. E anche i dubliners di Joyce, letto mille anni fa.
Innegabili gli aspetti di modernità anzi contemporaneità: la grande e solida famiglia americana è sempre la stessa che ancora oggi si trova in tanti film e serie. Il senso di solitudine patito da ciascuno dei membri della famiglia, una sensazione viepiù accentuata paradossalmente proprio dal vivere tutti così a stretto contatto, perennemente insieme, tutto in totale condivisione: in ultima analisi, una solitudine più bislacca della solitudine vera e propria, anche questo è un tema attualissimo. La coralità del romanzo è in perfetto equilibrio: ci si aspetta di vedere emergere uno dei membri della famiglia, e invece rimangono tutti sullo stesso piano. Il punto di vista al femminile: non particolarmente sviscerato ma nemmeno banalizzato. Da rilevare anche un principio di innamoramento tra i cognati Ellen e George: è raccontato bene perché appena accennato, non sbrodolato.
Morale: una di quelle letture dall'esito controverso; se da un lato mi ha annoiata, è pur vero che dall'altro lato mi fa comunque piacere averla letta e piacevole resta il ricordo di esserci stata immersa.
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