domenica 29 dicembre 2024

Buonanotte ai suonatori - Umberto Rossi

 


Un dreadful imbroglio. Certi momenti ti sembra di sentire La Voce della Verità che ti racconta la tua adolescenza, proprio la tua; in altri passaggi somiglia a Nick Hornby; in altri momenti con certi incisi e confidenze dell'autore verso il lettore, sembra di leggere Fabio Volo.

All'inizio mi piaceva perché lo trovavo scanzonato e colloquiale al punto giusto, e sembrava aver trovato la giusta chiave per raccontare storie di musica e musicisti, cosa che non è per niente facile.
Poi però proseguendo nella lettura mi rendo conto che cade anche lui nel terribile tranello del raccontare e descrivere gli anni per decenni (gli anni sessanta, gli anni settanta, gli ottanta e via discorrendo) ritrovandosi a farlo più Tell che Show.

La voce narrante si dimostra troppo saputona forse solo nel tentativo di suscitare simpatia; e al tempo stesso troppo vittimistica, anche in questo caso l'autocommiserazione è probabilmente una forma di ironia ma è comunque un po' troppa, imho.

Mi rendo conto di essere ingenerosa in questo giudizio, perché se uno vuole raccontare la propria storia - con più o meno fiction non importa - ha comunque diritto a mettere gli accenti dove ritiene opportuno.  Però io non trovo tanto logico che delle persone che si stroncano di canne e acidi tutti i giorni, poi si scandalizzino di fronte a quelli che si fanno di eroina come fossero educande del collegio di Miss Minchin. Così come non trovo logico parlare di provincia profonda quando si vive a meno di un'ora di autobus dalla capitale: a Umbé, prova a passare l'adolescenza in un paesino che si trova a un'ora di macchina da un capoluogo di provincia che è una cittadina pressapoco equivalente del tuo Paesone: quella sì che è la provincia profonda. Tant'è che leggendo mi sono resa conto che l'adolescenza della sottoscritta, a cavallo tra anni '80 e '90, è stata mooolto più provinciale e per certi versi più difficile di quella anni fine '70 raccontata in questo libro.

Poi c'è una cosa che mi è rimasta sul gozzo. Lo sa il cielo che non sono una di quelle super femministe super polemicone, e tanti miei ragionamenti scritti in tante mie recensioni lo dimostrano ampiamente. Ma questa non mi va né su né giù: qui si afferma che se una donna esce di casa con l'intimo (slip e reggiseno) coordinato, è perché aveva intenzione di spogliarsi sin dall'inizio. Di nuovo: a Umbé! Il fatto che una ragazza/donna possa fare una cosa solo per sé, solo perché piace a lei, anche se la sa solo lei... il pensiero che ci sia questa possibilità non ti ha nemmeno sfiorato in tutti questi anni!?!

Altro problema: il passaggio, lo scambio di persone tra narratore e autore riesce decisamente ingarbugliato. Anche se con ogni probabilità l'effetto "scale di Escher" è una cosa assolutamente voluta.

Poi però ci sono pensate che sottolineo e sottoscrivo e condivido: ad esempio che gli anni cosiddetti di piombo sono anche (e forse di più) di alluminio anodizzato; che Bob Dylan in realtà altro non è che uno stornellaro; che certi misteri della fede, da molti ritenuti intoccabili, in realtà sono solo ciarpame risorgimentale; che un pessimista è un ottimista ben informato. E nonostante i lati negativi sopra elencati, una volta ultimata la lettura mi pare di essere riuscita a coglierne il senso e dargli un'interpretazione mia. E poi per una volta ogni cento anni, calza anche la seconda di copertina laddove dice che si tratta di una storia che parla di come il fuoco diventa cenere.

Ancora non so se metterò tre o quattro stelle, e una volta messo il giudizio non so se poi a distanza di mesi sarò ancora della stessa opinione, ma nel complesso il sapore è quello della lettura positiva.

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