Della Serrano fino ad ora avevo letto solo, tantissimi anni fa, L'albergo delle donne tristi: non mi era dispiaciuto del tutto ma mi era parso comunque un po' forzato, un po' stiracchiato. Libro sbagliato al momento sbagliato; che poi per una ragazzetta di quattordici anni quale ero allora, a ben vedere sono più i libri sbagliati che quelli giusti.
Ma con Il tempo di Blanca mi sono rifatta della soddisfazione mancata allora. I due libri hanno molti temi e situazioni in comune. Credevo ci fossero parecchi anni di distanza tra l'uno e l'altro e invece guardando su internet vedo che Blanca è del '93 e L'Albergo del '97.Il titolo originale è in ogni caso molto più intrigante: Para que no me olvides. Bello anche l'usato, la carta ruvida e un po' ingiallita mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Negli usati di Libraccio capita raramente di trovare delle scritte: qui all'inizio del primo capitolo c'è scritto "Valsecchi", con calligrafia presumibilmente femminile. Chissà chi è (o chi era) Valsecchi.
E comunque leggendo l'epigrafe che parla di rifugio, mi sono già sentita nel mio elemento: "E la donna fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio". Anche se non amo particolarmente la moda di citare la Bibbia (l'apocalisse, poi!), ammetto che si presta parecchio.
Il libro abbraccia tanti temi in una storia sola. Mi ha fatta sentire a mio agio, mi ci sono ritrovata proprio come era capitato con il libro di Irene Solà, non tanto per una similitudine di situazioni della trama quanto per una comunanza di emozioni in generale: quanti pensieri e sentimenti che condivido, quintalate di parole in cui mi identifico, la rabbia e il dolore in primis, anche se per ragioni un po' diverse ma poi non di molto. È già stato detto e scritto fino allo sfinimento che quando ci si ammala si riscoprono i valori, si impara cosa conta veramente e bla bla bla. Ma a me sembra che spesso e volentieri la cosa funzioni anche al contrario: è facile esser buoni quando va tutto bene, ma quando le cose si mettono male viene a galla la cattiveria e la rabbia, e nel mandare al diavolo tutto l'universo si prende anche gusto nel dare importanza a cose sciocche e magari pure frivole.
Il libro abbraccia tanti temi in una storia sola. Mi ha fatta sentire a mio agio, mi ci sono ritrovata proprio come era capitato con il libro di Irene Solà, non tanto per una similitudine di situazioni della trama quanto per una comunanza di emozioni in generale: quanti pensieri e sentimenti che condivido, quintalate di parole in cui mi identifico, la rabbia e il dolore in primis, anche se per ragioni un po' diverse ma poi non di molto. È già stato detto e scritto fino allo sfinimento che quando ci si ammala si riscoprono i valori, si impara cosa conta veramente e bla bla bla. Ma a me sembra che spesso e volentieri la cosa funzioni anche al contrario: è facile esser buoni quando va tutto bene, ma quando le cose si mettono male viene a galla la cattiveria e la rabbia, e nel mandare al diavolo tutto l'universo si prende anche gusto nel dare importanza a cose sciocche e magari pure frivole.
Allorquando ci si ammala giunge il tempo dei bilanci (e del sovraccarico della memoria): è quello che fa Blanca, la protagonista, raccontando in prima persona la sua parabola: parabola non nel senso di novella di predicazione ma proprio nel senso geometrico, il suo percorso ha una forma parabolica.
Tema della famiglia, della malattia, tema dell'amore (ma tutto sommato non abusato), dell'amicizia e in particolare dell'amicizia tra donne (si potrebbe dire "sorellanza" se non fosse che il vocabolo mi irrita parecchio); più in generale la questione femminile (e qui annoto: nel '93 i discorsi erano gli stessi identici che si fanno adesso, vuol dire che in trenta e passa anni non è ancora cambiato niente, ecco la verità); le differenze di classe; storia del Chile e storia dei desaparecidos. E in più tante sfaccettature psicologiche.
La carne al fuoco è tantissima eppure ottimamente gestita. Ha il dono della sintesi perché tutto questo materiale viene ben gestito in sole duecento paginette. Perciò farei torto al libro se ora qui mettessi una lenzuolata di citazioni con le frasi che ho sottolineato.
Ne ricopio una sola, che forse è la più importante: "e se contempli piangendo le stelle e ti si riempie l'anima di impossibili, è la mia solitudine che viene a baciarti".
Sospetto si tratti di una poesia di Oscar Castro: vado a verificare e così facendo scopro che Para que no me olvides è effettivamente il titolo di una sua poesia.

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