mercoledì 22 gennaio 2025

Il Velocifero - Luigi Santucci

 Mi unisco al coro dei tanti commenti entusiasti e soddisfatti che già ci sono in giro. Storia di un'insolita arca di Noè: un'arca di Noè al contrario, che parte stracarica e va lentamente svuotandosi e naufragando. Oltre al tema classicone della famiglia, c'è il tema del nido e dell'importanza che questo riveste in rapporto con tutto il resto; c'è il tema del sentirsi traditi dagli altri, da coloro che ci circondano e dagli affetti più cari: sensazione di tradimento anche quando i comportamenti degli altri non sono messi in atto con malafede ma provocano ugualmente dolore e delusione cocenti. 

Un signor romanzone, un romanzo d'altri tempi: sia per le dimensioni corpose, sia per l'ambientazione belle époque milanese  (da leccarsi i baffi) , ma soprattutto per la densità del discorso, la succosità della narrazione: ogni pagina una cascata di parole attentamente scelte e dosate, ogni passaggio è un fiume in piena ma di una piena giusta, dirompente all'interno del suo alveo e non fa danni altrove. A farsi prendere la mano, il rischio è di sottolineare tutto, dall'inizio alla fine. Non manca neanche di una decisa vena poetica e pittorica, anzi diciamo pure impressionistica, e questo sì che gli fa guadagnare punti. 

Le parti scritte in dialetto sono quantitativamente rilevanti: non mi hanno creato nessuna difficoltà, ho scoperto esserci una sorprendente somiglianza tra il dialetto milanese e il dialetto delle montagne dove sono venuta ad annidarmi. 

Per non parlare della sorpresa di ritrovare, nel secondo capitolo, un brano che ricordavo con esattezza di avere letto in una antologia in quarta o quinta elementare. Ora ho scoperto che il brano era stato opportunamente tagliato e censurato, ma la sorpresa è stata ugualmente piacevole, è stato come chiudere un cerchio. 

Verso i tre quarti della lettura inizio a realizzare che questo romanzo potrebbe essere un fratellino "minore" de Il Mulino del Po: minore perché è più smilzo del celebre triplo-tomone; perché abbraccia un arco di tempo un po' più contenuto; e poi perché la parabola dei personaggi è un po' meno epica; eppure, eppure, si può affermare senza tanti scrupoli che se un lettore ha gradito uno dei due, allora apprezzerà di certo anche l'altro. 

Non manca di una qualche ingenuità nell'impianto della trama (una ragazza mulatta e per di più figlia illegittima che viene accolta senza la benché minima remora in seno alla famiglia... per quanto istruiti e di larghe vedute, sono pur sempre borghesi e siamo pur sempre nei primissimi anni del novecento, no, stanti le premesse questa cosa non ce la vedo tanto; il velocifero mi era parso di capire che fosse stato fatto restaurare e invece poi no, si scopre che era solo una fantasticheria; e poi Renzo ormai adulto non si accorge che Susy è incinta: le osserva le belle caviglie e le gambe quando lei sale sulla scala, le ammira il seno nella scollatura dell'abitino estivo, insomma se la mangia con gli occhi, ma per accorgersi di qualche cambiamento deve aspettare di vederla nuda... vabbé, su questo argomento si potrebbe chiamare in causa un recente caso di cronaca) e in qualche profilo psicologico (i due fratelli  Renzo e Silvia anche da bambini sembrano quasi adulti, accettano gli errori e le dimenticanze degli adulti con un'imperturbabilità che manco un filosofo navigato), ma tutto sommato sono ingenuità perdonabili quando tutto l'insieme è così godibile. 

Il rapporto tra Renzo e Gianni - più che di amicizia, più che fraterno, più che tutto - è costruito davvero benissimo, ricorda la coppia Max e Noodles di Once upon a time in America. Oppure li si potrebbe vedere anche come Narciso e Boccadoro

Il finale: sinceramente non ho capito quale sia la morale, la lezione che l'autore vuole insegnarci. In tutto il romanzo la religione ha un ruolo rilevante, direi quasi in maniera manzoniana; però per come si mettono le cose nel finale, l'autore sembrerebbe voler dare più ragione ai personaggi nichilisti che non a quelli credenti, altro che Manzoni. Forse bisogna pensare di metterli tutti insieme (proprio come sull'arca di Noè) e che abbiano ragione sia gli uni che gli altri. O forse è una sottospecie di finale aperto. 

Quando l'ho acquistato, in dicembre, la libreria mi ha spedito un libro usato, edizione assolutamente vintage, ma in buone, anzi, direi ottime condizioni. Dopo quindici e passa giorni a viaggiare avanti e indietro nel borsone, l'oggetto ha cambiato completamente il suo aspetto: la sopracoperta ha iniziato letteralmente a sbriciolarsi e perché non perdesse pezzi l'ho rabberciata in modo fantasioso con strisce di scotch-magic e adesivini vari. Ma va bene così, i libri sono belli anche vissuti e ricuciti. 

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