Con questo romanzo molto breve e molto corale, il lettore si beccherà per prima cosa un pugno nello stomaco, e poi una coltellata nella schiena. Si tratta sì di una fiaba, ma una fiaba più che gotica, una fiaba dell'orrido. Orrido nel senso di sprofondo.
Con un'allegoria blandissima e semplicissima (e pertanto di immediata comprensione), qui si dimostra concretamente come è stata possibile la Shoah (il pugno nello stomaco di cui sopra); ma per tutta la durata della lettura non ho potuto fare anche a meno di notare come questo autore, nel 1980 o giù di lì, abbia profetizzato con sorprendente esattezza e precisione una miriade di situazioni e termini, e ancora pensieri e affermazioni e contesti che tutti noi abbiamo vissuto in quello che passerà universalmente alla storia come "il lockdown" (e questa è quindi la coltellata nella schiena).
Non mi sento di dire che il libro mi ha emozionata, per lo meno non nel senso positivo del termine, ma di sicuro ha saputo destabilizzarmi e trasmettermi la sua angoscia; dunque se lo scopo della letteratura deve essere di smuoverti qualcosa dentro, in un modo o nell'altro, di certo questo libro il suo mestiere l'ha fatto. Paradossalmente, anche se non descrive nessun orrore in maniera esplicita, trovo sia uno dei più duri in tema di Shoah. Anche un po' ipnotico, con la sua cantilena fatta di frasi brevissime e semplicissime.
In maniera indiretta, questa fiaba/allegoria si collega alle domande che l'autore stesso si pone in L'amore, d'improvviso, per tramite del suo protagonista: ha senso raccontare la Shoah, ha senso mettersi a scrivere, tentare di mettere nero su bianco una catastrofe così indescrivibile? Non potrebbe avere senso, piuttosto, ammettere che se la catastrofe è immane e indescrivibile, tanto vale portarle il rispetto di non provarcisi nemmeno? E comunque, ammettendo che abbia un senso provare a raccontare, ha senso farlo in forma di fiaba (anche se solo un po' più lugubre)?
La tesi del "silenzio definitivo", a mio modesto parere, non sarebbe del tutto sciocca e del tutto da scartare. Mi si potrebbe replicare che se non si racconta, se non se ne parla, tutto finisce dimenticato, che i giovani non sapranno mai e non impareranno. Al che io risponderei, un po' cinicamente, che basta guardare cosa è successo in questo lockdown, come ha fatto in fretta a propagarsi l'odio smodato, la cattiveria che ha separato amici e nuclei familiari; la smania di "nuovo ordine", di una novità qualsiasi pur che sia, e un certo ottimismo ingenuo, un'euforia aggressiva. In quella occasione siamo tutti finiti in un orribile tritacarne, bastava un niente e violenze assurde ed insensate si sarebbero manifestate ovunque; eppure l'olocausto a scuola ce l'hanno ben spiegato e insegnato a tutti, nessuno a scuola ha mai ricevuto l'insegnamento "odia a morte tutti quelli un poco diversi da te e tutti quelli che fanno un poco diversamente da te". Forse c'è qualcos'altro che deve essere spiegato ai bambini (ma anche ai grandini), qualcosa di più essenziale ed impellente della semplice meccanica della distruzione e della morte. Quindi, alla fin fine, mi ritrovo sempre a rimuginare gli stessi dubbi e a ripensare sempre ad Austelitz di Loznitsa (ormai sarà la centesima volta che lo cito in una recensione, ora non so se mi daranno un premio o una multa).
Ancora, mi si potrebbe replicare che sto vaneggiando ed esagerando, che paragonare le assurdità e la disorganizzazione e anche l'emotività in tempi di lockdown da covid-19 con il massacro di milioni di ebrei, significa paragonare due cose completamente diverse su due piani immensamente distanti. Per carità, l'esito è stato immensamente distante, questo è fuori di dubbio. Ma l'inizio-inizio mostra somiglianze impressionanti. L'ottimismo ingenuo, la fiducia nel fatto che le procedure frettolose sarebbero poi state rivedute e corrette, una certa rilassatezza e quasi contentezza nell'accettare e subire restrizioni ("...e quest'anno, per via delle restrizioni, l'atmosfera è intima"), il piacere quasi esibito di sentirsi protagonisti della Storia ("questi tempi resteranno per sempre nella memoria"), la rilassatezza con cui tutta la comunità ripiega sui piaceri del cibo e del bere e si gode l'intera faccenda come una vacanza inaspettata e immeritata, l'inebriante follia dello starsene sulla terrazza ad osservare il tutto - giuro, mi aspettavo che da un momento all'altro qualcuno di questi protagonisti appendesse sulla terrazza uno striscione con su scritto "andrà tutto bene" - dapprima in una fase di iperventilazione e in seguito di prostrazione; le somiglianze che ho osservato mio malgrado andando avanti con la lettura sono davvero impressionanti, sono troppe per non rilevarle e non restarne sgomenti. Poi, ovviamente, ciascuno potrà trarne le conclusioni che meglio crede. Fino al prossimo giro di giostra.
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