Questo romanzo racconta un pezzo di storia d'America che si ricollega molto da vicino a Nella terra dei lupi letto di recente. Sì, sempre quel pezzo: il pezzo di storia sul camper o sul caravan o sul trailer o sul vecchio bus riadattato a roulotte. Se penso ai kazak con le loro jurte ma anche ai nativi americani con i loro tepee e wigwam, mi rendo conto che l'eleganza è una faccenda innata. E tuttavia: colonizzare le terre selvagge dell'Alaska nei primi anni cinquanta del ventesimo secolo deve essere stato qualcosa come un passo indietro nel tempo di cento e più anni. E un altro tuttavia: rintanarsi in una casetta fatta di tronchi ad aspettare che passi la bufera e che passi l'inverno è esattamente quello che sto facendo ora, quindi non potevo non immedesimarmi almeno un poco.
La storia ha a che fare con la durezza d'animo, i risentimenti e i ripensamenti, l'incomunicabilità e i segreti che si tengono sepolti dentro e che invece andrebbero sputati fuori come il proverbiale rospo. Ci sono anche le difficoltà, le maníe, gli attacchi di panico dei reduci (della Corea, in questo caso). Molto ammerigano, ma ci sta.
La scrittura frettolosa e approssimativa non l'ho amata particolarmente. Però la storia e l'ambientazione sono acchiappose, i personaggi arrivano a farsi conoscere nonostante la scrittura così così, non c'è romanticismo gratuito o zuccheroso, alla fin fine si lascia leggere volentieri per la curiosità di capire dove andrà a parare. E forse il vero difetto del romanzo è proprio qui: non va a parare in nessun punto preciso. Poi, leggendo i ringraziamenti finali, si scopre - com'era facile immaginare - che questa è la storia, per quanto rielaborata, della famiglia dell'autrice. Ma anche così, resto dell'idea che fosse necessario un punto di svolta maggiormente delineato.
Considerando la mia velocità media di lettura degli ultimi mesi, potrei quasi quasi dire di averlo divorato; peccato per il finale un po' pasticciato: indecisa tra tre e tre e mezza.
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