La sirenetta è la favola di una creatura degli abissi che, per amore ma anche per curiosità nei confronti di un altro mondo e di un altro modo di vita, cambia tutto e va a vivere sulla terraferma. In un ipotetico seguito, si potrebbe vedere sua figlia, nata e cresciuta sulla terraferma, manifestare la curiosità in senso inverso, cioè desiderare di conoscere il mondo degli abissi. Ecco, in questo romanzo si ripropone questo schema incrociando il racconto della madre che lascia un mondo per un altro, con quello della figlia che a sua volta inizia a manifestare curiosità ed impara a conoscere quel mondo da cui la madre era inizialmente partita. La differenza sta nel fatto che il protagonista maschile della fiaba è il classico principe, mentre il protagonista maschile del romanzo è il classico "inqualificabile", nel senso che per quelli come lui non esistono aggettivi adeguati.
Mescolando tanti ingredienti buoni, il romanzo contiene numerosi temi e osservazioni e spunti interessanti. Non c'è solo il tema dell'amore malato: c'è più in generale quello della famiglia, del rapporto genitori-figli, il tema dell'incomunicabilità; il tema della freddezza dei genitori nei confronti dei figli che non è mai giustificata, c'è il tema delle radici che si perdono e che si ritrovano. A fianco del tema della montagna c'è il tema del rifugio, il tema del confronto montagna-città come due mondi distinti, non necessariamente contrapposti, più realisticamente due mondi che si compensano e si integrano a vicenda. Il tema della fuga. Appunti sparsi sul consumo di carne e sull'essere vegetariani. Il senso di fallimento della propria vita: su che cosa si misurano il fallimento o, viceversa, la riuscita? Il fatto che in una vita ci sia tanto dolore, è più indice di fallimento o di riuscita?
Questa ragazza scrive proprio bene perché centra il bersaglio della virtù che sta sempre nel mezzo: non scrive per stupire il lettore con effetti speciali, niente barocchismi e niente orpelli strani, però non scrive neanche con quella scrittura scarnificata dove si sottintende il soggetto, si esclude il verbo e si tralascia il predicato; si cala nel punto di vista di una bambina di nove anni senza per questo dover scrivere in maniera infantile. Questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato del libro: il pensiero della bambina di nove anni è ben ricostruito, mai banalizzato, mai semplificato, mai "plastificato" e mai tinto di rosa o tinto di fiaba, ché l'infanzia una fiaba non la è mai.
Qualche dialogo zio-nipote suona un po' semplificato, ma tutto considerato ci sta.
Lo scioglimento della freddezza della madre nei confronti della figlia: dal punto di vista narrativo è un ingrediente interessante anche se sulle prime lo trovavo poco realistico. La madre tratta la bambina con una certa durezza per nove anni, salvo poi (re)imparare ad essere un po' più affettuosa ed espansiva in occasione del ritorno ai suoi monti. Nella realtà, ahimé, non lo so se funziona così. Io ce l'ho da quarantacinque anni, una madre fredda come il ghiaccio: non è bastato il cancro (il mio, N.d.A.) a farla sciogliere almeno un poco, figuriamoci cosa poteva fare un banale "cambio di aria". Però nel caso del libro lo "scioglimento" non è solo funzionale alla storia, ha un senso perché la madre protagonista vuole ammettere i suoi sbagli, vuole cambiare strada e passo, sceglie di lasciarsi alle spalle il suo dolore.
All'inizio il romanzo non mi convinceva del tutto, trovavo la scrittura buona - come detto sopra - ma andavo via via appuntandomi tante osservazioni riguardo numerose imprecisioni ed incoerenze circa la trama, le situazioni, l'ambientazione, le contingenze. Poi ho rivisto la mia posizione. Pur non essendo immune da alcuni difettucci, di man in mano che sono andata avanti con la lettura mi sono accorta che per buona parte delle piccole incoerenze e osservazioni che mi ero annotata, c'è una spiegazione o comunque giustificazione narrativa. E allora, quel che resta della lista iniziale dopo la scrematura, è una listina di stupidatine che non vale nemmeno la pena di ricopiare. Se un moscerino ti entra in un occhio, invece di frignare levalo via e tira dritto.
- Nella prima risalita, la madre si è procurata tutto il nécessaire per la scarpinata ma ha dimenticato la parte più essenziale per camminare su pendii innevati dove non c'è nemmeno il sentiero: le ciaspole! Come può una montanara esperta pensare di far camminare una bambina di nove anni sfondando nella neve per ore e ore?
- Barba Tone esce fuori dalla baita per spaccare la legna: ma in montagna la legna si spacca d'estate, o al più ad inizio autunno. Se spacchi la legna quando fuori c'è una gamba di neve, innanzitutto non sapresti nemmeno dove appoggiarti, avresti bisogno di una grande barchessa ma allora vorrebbe dire esser nella bassa e non in una malga in quota; e poi la legna una volta spaccata ha bisogno di seccare per qualche tempo prima di essere bruciata. Più avanti nel racconto si vedrà effettivamente che guaio rappresenta la legna bagnata. Un vecchio che spacca legna fuori dalla malga circondato da metri cubi di neve appena caduta è una scena perfetta dal punto di vista cinematografico, ma realismo zero. Nei capitoli successivi si accennerà ad un "capanno" di fianco alla baita, dunque c'è effettivamente un luogo riparato, ma allora perché non era stato descritto o almeno menzionato sin dall'inizio?
- Uscire di casa per andare a fare il giro (come fanno zio e nipote in quella prima mattina alla baita) a controllare trappolette e laccetti vari, questa sì che è un'attività prettamente invernale, perché con il manto di neve le bestie si attirano e si ingannano meglio. Però anche in questo caso c'è una imperfezione: alla fine della mattinata il vecchio rinuncia a controllare tutte le sue trappole perché si è perso in chiacchiere con la bambina. Non ci credo manco morta: un vecchio e vero trappeur non rinuncia al suo giro nemmeno se si trova a tu per tu con Gesù Cristo. Ho idea che l'autrice si sia semplicemente voluta risparmiare la descrizione della sofferenza delle povere vittime, oltre che la difficoltà di dover mettere giù la reazione della bambina di fronte a tali sofferenze. Una bambina, per di più, che abbiamo appena imparato a conoscere come grande amante degli animali: qualsiasi spiegazione da parte del vecchio sarebbe stata inutile, il rapporto con lo zio sarebbe stato immediatamente compromesso. E infatti ci ho visto giusto, è un tema che verrà sviluppato qualche capitolo dopo.
- Madre e figlia escono dalla baita, nottetempo, per andare al gabinetto: la madre prende la candela e le fa strada. Ma due righe dopo, quel che la madre ha in mano non è più una candela bensì una torcia. L'importante è decidersi. Oppure ricordarsi. Oppure rileggere quel che si è appena scritto.
- Siamo in pieno inverno, fuori c'è una gamba di neve, eppure i tre (madre, figlia e zio) prima si alzano, parlano, fanno colazione, fanno i complimenti al cane, decidono tutto il da farsi, e solo dopo si ricordano che c'è un freddo barbone e c'è da accendere la stufa. Nella realtà la stufa rimane accesa tutta la notte perché prima di andare a dormire hai messo su il ciocco più grosso che hai trovato in legnaia, poi appena ti alzi ravvivi le braci e la fai ripartire subito, ancor prima di pisciare e ancor prima del té. Nei capitoli successivi ci saranno attenzioni migliori per la stufa.
- In una delle scene finali: la bambina, dopo la nottata spaventosa nel bosco, rientra in casa: vorrebbe far entrare anche il cane ma questi non osa perché non abituato a stare dentro. Qui manca un pezzo essenziale: lei avrebbe dovuto riportarlo alla catena e riagganciarlo con il suo moschettone.
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