Non amo i gialli, potrei quasi definirmi anti-giallo per partito preso. Ma il naso mi ha guidato nella direzione giusta, quella di un giallo atipico: omicidio e indagine sono solo pretesti alquanto blandi per esporre i temi tipici del romanzo di montagna. La natura e l'ecologia, lo spopolamento e i "nuovi acquisti", chi resiste e chi molla tutto e se ne va; le vecchie tradizioni e i vecchi ricordi e ovviamente le antiche case, e poi ancora la speculazione edilizia e l'abusivismo ipocritamente nascosti sotto la maschera del "progresso"... qui si può trovare tutto quel campionario al gran completo che non sto ad elencare ulteriormente nel dettaglio perché tanto è sempre lo stesso. Lo stesso anche del Romanzone Montanaro per eccellenza, Il Duca di Melchiorre: solo che qui lo spirito ed i contenuti sono molto più rustici. Ma tutto sommato questo non è un male.
Un'insalata montanara condita in maniera molto rustica (leggasi: scrittura approssimativa, dialoghi e personaggi e indagini pure loro approssimativi) eppure gustosa - gustosa perché leggera e senza pretese.Si trovano tonnellate luoghi comuni, diciamo pure di banalità, che però sono messe giù con una leggerezza tale che durante la lettura la cosa non pesa affatto: se provo a spiegarmi meglio mi viene da descrivere solo aspetti negativi, per cui sembrerebbe una lettura non gradita, e invece paradossalmente tutto messo insieme si lascia apprezzare eccome, forse per via del vecchio meccanismo per cui quando le aspettative non sono troppo alte eccetera eccetera; o forse solo perché quando l'ambientazione mi è congeniale, poi faccio presto a farmi piacere tutto il resto.
Resta comunque da rilevare quel vizietto prettamente vitaliano (cioè: nello stile di Andrea Vitali) di chiudere il capitolo con l'ispettore che fa una scoperta sensazionale, ma il sipario cala subito dopo e l'autore non ti dice qual era la scoperta. Capisco che è un modo per creare suspense, però è un modo antico come le prugne secche. È un page-turning indotto più per via meccanica che per via emozionale.
Altro difetto: la battuta "è una storia lunga e complicata" ripetuta fino allo sfinimento, con ogni probabilità vuole diventare lo slogan della serie e suscitare simpatia come avviene nella serie Aubrey&Maturin (ovviamente O'Brian) per lo slogan "non c'è un momento da perdere": ma siamo lontani anni luce, non basta ripetere cento volte una battuta per farne uno slogan efficace. Anzi, forse è vero il contrario.
Questo Malastagione ha però il merito di saper chiudere con una certa amarezza, anzi credo proprio che sia a questa malinconia che si riferisce il "male" che c'è nel titolo: dopo che ci son stati morti ammazzati, un incendio, litigi e tradimenti e quant'altro, anche a indagine conclusa non c'è nulla da festeggiare.
Nel finale riprende anche un qualcosina da Piero Chiara il quale nel suo Saluti notturni dal Passo della Cisa ci insegna che ci sono alcune verità che l'indagine, per quanto completa, non chiarirà mai.
Morale: tre e mezzo che per la facciata non fatico ad arrotondare a quattro.
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