Si fa presto a dire kitsch
ovvero Sex and the City in Milan
ovvero Milano da bere
Libro acquistato venti (e forse più) anni fa, in un momento in cui mi piaceva l'idea di giocherellare con il concetto di Tempo, e fantasticare di futuri potenziali collegati con passati alternativi. Come giustamente dice la quarta di copertina, un giochetto alla Sliding Doors. Dopo l'acquisto è prontamente finito nel dimenticatoio senza mai venire letto.
L'idea di giocherellare con il concetto di Tempo mi è tornata prepotentemente in testa dopo la delusione derivante dalla lettura di Gospodinov. Mi sono detta: sta' a vedere che quello che cercavo lo trovo con un titolo e un'autrice dai nomi ben meno altisonanti e blasonati. (Spoiler: no, quel guizzo, quel colpo di genio che andavo cercando, non l'ho trovato nemmeno qui).
Al lato pratico, inizio a sfogliare e a leggere: mi accorgo che il libro l'ho preso dieci anni fa, non venti - e qui si dimostra che anche la mia memoria inizia a fare cilecca. Ok, diamo pure la colpa alla chemio, che brutta roba la vecchiaia. Scrittura fastidiosa, con tantissime parentesi, tantissimi incisi, tanti voli pindarici e vicoli ciechi, micro e macro digressioni. Però, anche così, la sento più sincera di Gospodinov, quindi le concedo una chance e vado avanti.
Contenuto: credo che queste micro-storie andranno più a ravanare nel passato che non a fantasticare di ipotetici futuri. Dice di non voler avere niente a che fare con le pagine facebook dove si va per ritrovare i compagni di asilo o delle elementari, o di altri siti dove si va per re-incontrare una vecchia fiamma. Però, alla fin fine, è un po' questo il suo gioco, o comunque il tenore del suo racconto. E la cosa ben strana (per non dire ridicola) è che per tutta la durata del libro l'autrice/protagonista continua a re-incontrare amiche che non vedeva da dieci o quindici o vent'anni, ma dopo pochi minuti e dopo un solo bicchiere di rosé, ecco che sono già tornate in confidenza come se durante tutti quegli anni avessero continuato a frequentarsi. Sarò io che sono asociale e sono negata per le pubbliche relazioni, ma se incontro una persona che non vedo e non sento da tanti tanti anni, non posso fare a meno di vederla e sentirla come un'estranea, non mi basterebbe tutto l'alcool del mondo per ricreare un livello di confidenza che a 'sto punto forse non era neanche mai esistito...
Non è un saggio, non è un romanzo, sono solo appunti in libertà. Un simil-diario che contiene più riflessioni che quotidianità. Poi a questi discorsi inizia ad aggiungere e mescolare un po' di autoficion, un po' di ironia, un po' di ricette di cucina... il tutto è talmente kitsch che quasi quasi mi risulta divertente, del tipo so bad it's so good.
Le scelte di cui vi si parla sono finanche banali - e troppo banalmente sempre declinate al femminile: restare nella città in cui sei nata o andartene? Scegliere il lavoro per passione o per senso pratico? Restare con il tuo lui o piantarlo? Avere o non avere figli? Farli o adottarli? Comportarsi da brava signorina o da maschiaccio? Vestirsi da brava signorina o da maschiaccio?
E banale è anche lo svolgimento. Esempio: l'autrice, che non ha avuto figli, prova ad immaginarsi come sarebbe stato avere dei figli, e lo fa immedesimandosi in un'amica o una conoscente. In cosa consiste immedesimarsi nell'amica e/o conoscente? Stando a queste pagine, si tratta di ammirarla, farle complimenti, parlare bene di lei. E il vero guaio è che le storie delle amiche in cui lei si specchia/immedesima per vedere la storia che non ha avuto, sono tutte uguali: sono tutte belle (non una che si lamenti: oddìo quanto sono ingrassata con la gravidanza!), hanno tutte figli bravissimi (non una che si lamenti, non dico per il figlio drogato, ma magari per il fatto che è entrato in un giro di brutti personaggi, le classiche cattive amicizie, o anche solo un figlio che ha abbandonato gli studi), hanno tutte lavori perfettamente appaganti (sì, vabbé, buonanotte ai suonatori...) , sfarfallano tutte da una capitale europea all'altra, da un vernissage ad un aperitivo ad un happy hour, hanno tutte mariti perfetti per il cliché della donna emancipata ovvero perfettamente assenti ed indefinibili (uno che obbligasse la moglie a stare in casa e che le impedisse di vedere le amiche e di coltivare i propri interessi, ok, è da sbattere in galera e buttare via la chiave; ma uno che non si preoccupa minimamente di dove la moglie sia, che gli sta bene vederla una volta al mese o ricevere un sms una tantum... boh, non è un marito, è meno di un cognato, è un conoscente)... non ce n'è una con un difetto vero, non ce n'è una con un problema vero che non sia quella vaga ansia, un vago desiderio di una vita meno impostata e meno ordinata, una vita che non sia "oppressa" dagli obblighi casa-marito-figli, ma come fanno a sentirsi oppresse se gli va tutto per il verso giusto e cascano sempre in piedi... la vita reale è piena di grane e magagne, qui sembra che il problema più grosso sia cosa ordinare per l'aperitivo. Boh, è evidente come voglia essere un auto-racconto ben farcito di finzione, ma se la finzione deve essere tutta rosa allora tanto valeva leggere Cenerentola... Eppure sarebbe stata una cosa elementare (di nuovo: banale), presentare almeno due tipi di personaggi: l'amica che ha sacrificato la carriera per avere figli, e l'amica che ha sacrificato la famiglia per poter fare carriera. Per aprire almeno una parvenza di "dibattito". Non è forse la scelta per eccellenza? Tutto è così terribilmente banale, lo dico ancora, che non è nemmeno avanzato spazio per la banalità massima.
Poi ad un certo punto mi sovviene l'altro lato della medaglia della banalità: il libro potrebbe andare avanti all'infinito (e anzi migliorarsi) perché si potrebbe scrivere un cammeo, si potrebbe fare un capitoletto con la storiella di ogni persona sulla faccia della terra - sì, persino la mia, di stori(ell)a. E forse è anche un po' quello che facciamo tutti noi qui su GR: spesso, nello scrivere una recensione o commento, ci mettiamo dentro un pezzetto della nostra storia. A volerle pubblicare tutte insieme, ne verrebbe fuori un bel tomone di enciclopedia. Che poi è anche il motivo per cui si va in loop iniziando a leggere una recensione, e poi l'altra, e da lì passi alla libreria di un altro, e un altro ancora...
Certo che, nelle note e nei ringraziamenti finali, se la tira come se avesse scritto l'Iliade: calma, ragazza mia, hai solo messo insieme un po' di appunti. Spulciando su internet, scopro che ha scritto questo libro mentre stava morendo: quasi quasi mi vien da dire allora sì, ragazza, tiratela pure quanto vuoi... però anche così non mi tornano i conti. L'autrice sceglie di non raccontare della propria malattia - forse per non piangersi addosso o forse perché non se la sente o forse perché non vuole che questo argomento entri a far parte del simil-diario - e ci mancherebbe, è una scelta da rispettare.
Però, a furia di parlare di scelte e non-scelte, non era forse la malattia l'argomento perfetto? Una non-scelta, perché la malattia è una cosa che ti capita addosso senza che tu possa scegliere né decidere un bel niente, e poi una volta che ti ci trovi dentro a pié pari, può capitare l'occasione di compiere determinate scelte da cui paradossalmente puoi tirare fuori, eventualmente, aspetti positivi. Alla fin fine quel che resta è tutto un cazzeggiare e cincischiare intorno all'argomento per arrivare a non dire l'unica cosa che c'era da dire: che si sente sola. Si gode le amiche durante gli aperitivi e le cenette a lume di candela, non riesce nemmeno ad immedesimarsi in loro, si limita semplicemente ad ammirarle ma è un'ammirazione che si intuisce essere fatta di invidia. Menziona la malattia solo quando deve raccontare di un'amica dalla quale sperava di ottenere aiuto ed invece proprio nel momento del bisogno l'amica si è eclissata. L'amica sarà forse una stronzetta, ma non ci fa mica tanto bella figura neanche l'autrice quando dice che sperava di risolvere l'eventuale malinteso o dissapore - che ne so - con un aperitivo o con un pomeriggio di shopping. Di nuovo?!? Ma davvero la sostanza dell'amicizia è fatta solo di aperitivi, shopping sfrenato, speteguless e scarpe tacco dodici?
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