Lettura moderatamente piacevole, come intrattenimento in sé e per sé lo si può considerare di livello sufficiente; tuttavia il giudizio finale non può andare oltre le due stelline e mezza in quanto non si può non tenere conto del fatto che, come romanzo storico, è marcatamente out of focus: in alcune situazioni ma soprattutto nei dialoghi e nei pensieri dei personaggi (mi rifiuto di pensare che negli anni quaranta la gente esclamasse "dannazione!" o "col cavolo!" con tanta facilità, e per di più in una famiglia di borghesi benestanti e benpensanti e istruiti. Questi sono i danni prodotti dalla cinematografia americana. Oltre a essere fuori target, siffatti dialoghi risultano particolarmente fiacchi). Altro errore fastidioso nei romanzi storici: spesso e volentieri i personaggi parlano e ragionano con il senno del poi, fino a sembrare dei mezzi veggenti.
La scrittura è grossolana e la traduzione si intuisce essere viepiù approssimativa (alcuni esempi: all'inizio le macchine da cucire sono nascoste in un capanno degli attrezzi, ma dopo poche pagine non sono più nel capanno attrezzi bensì nella casetta del giardiniere; Silvie posa sul sedile della macchina la borsetta contenente il lauto compenso per la sua esibizione canora, allora uno si immagina una pochette con dentro una mazzetta di banconote, e invece dopo poco si scopre che il compenso erano ben dieci stecche di Chesterfield: ma non doveva essere un borsone più che una borsetta?; e ancora: Rike arriva a Milano ed entrando nell'appartamento dell'amica lo trova "fresco ed ombreggiato"... ma se la scena si sta svolgendo in pieno inverno!?). Altra sciocchezza: quando muore il nonno materno, insieme all'eredità Rike riceve un taccuino con il diario della madre: lo ficca in fondo ad un cassetto e si decide a leggerlo solo dopo parecchi anni. Ciò è funzionale alle esigenze dell'autrice che vuole svelare le sorprese alla fine del romanzo, ma è una trovata così grossolana da parere persino demenziale... non so se avrò voglia di leggere il seguito di una storia imbastita con così tanta approssimazione.
La parte più pensata e strutturata del racconto è la ricostruzione della storia di Berlino: la fine della guerra, la vita tra le macerie, il Blocco, le difficoltà per risollevarsi... le vicende della famiglia Thalheim sono solo un pallido pretesto per esporre l'evolversi degli eventi a Berlino.
I personaggi sono fatti ognuno con la sua caratteristica, giusto sul confine tra il classico e lo stereotipo, peccato che l'autrice non sappia dar loro lo spessore che meriterebbero e che restituirebbe la verve mancante a tutta la lettura.
Se si guarda la cosa dal punto di vista della storicità, allora il racconto avrebbe dovuto (e potuto) essere caratterizzato da ben altra e ben maggiore coralità. Da qualunque parte lo si prenda, non tornano del tutto i conti.
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