venerdì 26 settembre 2025

Racconti partigiani - Giorgio Caproni

 Perbacco e perdiana, una scrittura superlativa e stupefacente. 

Mi sto arrovellando per trovare l'aggettivo giusto. Grandiosa è una definizione troppo ingombrante, direi piuttosto generosa, ma anche elegante, cesellata, squisita. C'è un'atmosfera speciale che però non sfocia mai in un inutile surrealismo o realismo magico o tantomeno nel racconto onirico. E non so nemmeno se è neorealismo. Però mentre leggi i primi racconti ti viene da pensare: ecco, gli anni quaranta erano proprio questa atmosfera qui. 

Peccato siano solo piccole istantanee, anzi, diapositive. Fosse stato un romanzo, o anche solo un racconto lungo, sarebbe stata una cosa da cinque stelle. E difatti il racconto più bello è anche il più lungo. 

I primi racconti del libro sono diapositive, immagini fulminee per raccontare dei dettagli di quotidianità: la quotidianità che si imbibisce di guerra come uno straccio da pavimento si imbibisce di liquido sporco e - volente o nolente - se lo tira dietro. 

Poi piano piano ci si addentra più da vicino nelle vicende di guerra e di Resistenza. Lo stile, le atmosfere, le luci, le ambientazioni: molte caratteristiche ricordano D'Arzo, e questa è certamente una similitudine positiva. In alcuni passi mi ha ricordato Il Garofano rosso di Vittorini, in altri L'ombra delle colline di Arpino. 

In alcuni racconti i dialoghi tra i personaggi prendono una piega vagamente filosofica, con ricerche di significati della Resistenza che non so bene se fossero discorsi che all'epoca si facevano per davvero, mi sembrano più analisi ex-post. Nella postfazione de L'Agnese va a morire, la Viganò ricorda come al campo non si facessero dei gran discorsoni, e son più propensa a credere a lei.  In questi racconti di Caproni c'è tanta filosofia e analisi sì, però retorica nessunissima, questo bisogna notarlo. 

Ci sono anche dialoghi e osservazioni non proprio misogeni ma forse non del tutto rispettosi delle donne (come quando per esprimere la preoccupazione per due donne ostaggio dei tedeschi la voce narrante pensa alle "belle carni bianche", sembra più che stia parlando di pollame che non di due persone umane; oppure c'è un altro passaggio in cui si sofferma ad analizzare minuziosamente un paio di ginocchia come se fossero un qualcosa di completamente avulso dalla loro legittima titolare, anche in questo caso si tratta di osservazioni da foro boario - ma c'è poco da fare, sono modi di dire e modi di scrivere, mi ricordo che persino un "pezzo grosso" come Bianciardi, ne La vita agra, si sofferma a spiegare che parlando di una donna gli piace di più dire "petto" anziché "seno"). Questi modi di dire e di scrivere, se da un lato possono dispiacere, dall'altro mi sembrano più aderenti ai discorsi e agli atteggiamenti dell'epoca. A volte si fa troppo presto a citare qualche singolo episodio per avallare la tesi "anche le donne hanno fatto la resistenza"; io ho idea che anche in quel contesto il lavoro svolto da una donna, o il rischio assunto da una donna, venisse in ogni caso valutato come un qualcosa minore e inferiore rispetto lo stesso identico compito svolto da un uomo. E ho anche idea che le donne che hanno fatto le spie abbiano avuto trattamenti forse peggiori di quelli riservati alle spie di genere maschile. 

A parte questi nei, i racconti sono ottimi sotto tutti punti di vista: non mi sbilancio oltre le quattro stelle solo per marcare un distacco con il mio amatissimo Bertoli (La Quarantasettesima) che descrive scenari ed episodi molto molto simili a questi, usa una lingua forse un po' meno perfetta e meno lirica e meno ricercata, ma molto più secca ed asciutta. 

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