Oggetto di difficilissima identificazione. Difficile esporre la trama, difficile mettere a fuoco il tema, difficile individuare un protagonista che prevalga sugli altri (a suo modo, molto originale e diverso dalla definizione classica di 'romanzo corale', il romanzo ha indubitabilmente una certa coralità), difficile interpretare cosa passasse per la testa del buon Dumas. Rientra a pieno titolo nella categoria "dreadful imbroglio". E difatti, mi stava piacendo anche quando non mi stava piacendo. All'inizio, partita con aspettative altissime, mi sentivo alquanto delusa, lo trovavo pedante e sbrodoloso: una tale sbrodolata di nomi e date e piccoli aneddoti che alla fine di alcune frasi non capivo nemmeno più di chi o di cosa si stava parlando. Quindi, chi è abituato al Dumas avvincente sin da subito, si tenga per avvertito: qui siamo più dalle parti di Hugo.
Durante la seconda parte inizio a prendere appunti: "La trama in una parola: intrigo. La trama in tre parole: intrigo intrigo intrigo. La trama in cinque parole: intrigo intrigo intrigo intrigo intrigo." E insomma grazie a questo suo essere indefinito, indeterminato, un po' gassoso e un po' liquido, granulato, assolutamente non etichettabile e non confezionabile, grazie a queste sue caratteristiche il romanzo inizia a farsi piacere: non si può avere la minima idea di dove andrà a parare e questo crea il magico effetto page-turning.
Quel che invece non è difficile, anzi facilissimo, è cogliere spunti e rimandi e citazioni di altri illustri colleghi: Dumas rubacchia idee e ingredienti e situazioni da Hugo, da Féval (il quale a sua volta aveva scopiazzato Dumas, quindi il copiato ha imitato il copiatore, qui siamo a livello matrioska), da Dickens, da Verne, da Shakespeare e poi chissà da quanti altri che io non ho colto. Ma si sa: se copî da uno è plagio, se copî da dieci o da cento e rimescoli e rielabori gli ingredienti, allora sei uno studioso coi fiocchi, quindi nulla da ridire.
L'opera in sé non è immune da difettucci e imperfezioni e ingenuità varie più o meno piccole nella quotidianità e nei comportamenti dei personaggi, e anche incoerenze e/o anacronismi (una su tutte: la facilità con con alcuni protagonisti abbracciano le teorie copernicane e galileiane, e la tolleranza con cui costoro vengono trattati dagli altri protagonisti); su alcuni dettagli storici l'autore si contraddice come ci fanno notare le stesse note al testo; a tratti troppo lento e in altri tratti l'autore sembra voler andare troppo precipitosamente, quindi sotto un certo aspetto il voto più appropriato sarebbe di quattro stelle. Però anche attraverso i difetti si percepisce la mano di un autore decisamente da cinque stelle già soltanto per il fatto che come si diceva sopra è un lavoro difficilmente classificabile. Un lavoro al di sotto del quale si riconosce in maniera chiara una intuizione decisamente felice, pressoché geniale: costruire un romanzo non su un evento, non su un'avventura, non su un personaggio, non su un ciclo di Storia né di stagioni, ma semplicemente su un concetto labilissimo: "...uscì, più pallido, stanco e vacillante del giorno prima, ma anche con idee più chiare sulla difficoltà di essere un grande ministro e sulla facilità di essere un re mediocre." L'analisi delle stanze dei bottoni e delle persone del potere che se ne ricava, è attualissima ancora oggi. E i romanzi che a distanza di secoli rimangono freschi e attuali, anzi anticipano temi del ventesimo o del ventunesimo secolo, quelli sono i classici, quelli sono da cinque stelle.
Ci sono spiritosate e siparietti che riletti al giorno d'oggi suonano a dir poco demodés, però poi ci sono lampi di ironia sempre affilatissima e sempre attualissima, ed è anche in virtù di questa che uno si divora letteralmente il tomo.
Ho amato il modo in cui Dumas maneggia i personaggi di Richelieu e Luigi XIII: li espone al lettore sotto tutti gli aspetti, con tutte le sfaccettature, nel primo riconosce una genialità ma non ne nasconde gli aspetti umani e anche difetti, nel secondo dipinge l'inettitudine e i difetti ma non gli nega una certa umanità e qualche barlume di pensiero sensato. E di nuovo riguardo Richelieu, ho apprezzato molto il modo in cui, con pochissime pennellate, Dumas ne sa dipingere l'autorità e autorevolezza.
Il Conte di Moret è un buon personaggio, non è mal costruito eppure per essere più avvincente e farsi amare di più avrebbe avuto bisogno di maggiori dettagli circa la sua storia personale. Sarà anche figlio di re - sebbene illegittimo - eppure la sua figura finisce per impallidire un po' rispetto a Salvato che nel romanzo precedente (La Sanfelice) era nientemeno che "il figlio della morta".
Ci sono capitoli con atmosfere cupe e gotiche in cui il nostro ha già ampiamente dimostrato di saper essere maestro. Più in generale c'è un notevole affresco del XVII sec.: forse non il più completo e complesso possibile che sia mai stato scritto in assoluto (non ho letto abbastanza per esprimere giudizi definitivi), ma comunque di certo c'è un livello eccezionale di completezza.
Verso il finale, Richelieu si incontra con un "astro nascente" della politica degli anni a venire e questi gli farà una disamina puntualissima e attentissima della situazione geopolitica della penisola italica del XVII sec, ribadendo così quello che ho appena scritto e cioè che nel libro si trova un notevole affresco del secolo, e sottolineando anche quello che avevo scritto un po' prima e cioè che il romanzo pecca di una qualche sfasatura temporale - come poteva un ventenne dell'epoca, per quanto acuto ed intelligente ed osservatore nonché ambizioso, fare un'analisi completa della situazione quale può essere fatta solamente dai posteri? La Storia è una lavatrice e chi si trova dentro la centrifuga, in realtà, non può fare molto per capirci un granché.
Chiusura geniale, perfettamente degna di un romanzo tutto costruito su intrigo-intrigo-intrigo. Quindi dopo avere avuto qualche tentennamento, confermo le cinque stelle.
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