Di Ignazio Silone avevo letto qualcosa tantissimissimi anni fa, e mio malgrado devo ammettere di ricordarne poco o niente. Anzi, proprio niente. Dunque, si riparte da zero.
Ora, tutto mi aspettavo tranne che trovare un giallo/noir con una spruzzatina di gotico. E parlando di giallo/noir: tutto mi aspettavo tranne che mi piacesse. E proprio per questo, mi aspettavo che la matassa si sbrogliasse in maniera geniale e perfetta, e invece alla fine i gesti ed i comportamenti si rivelano in qualche caso un tantino forzati. La scrittura, d'altronde, è davvero di livello superiore. I dialoghi in qualche passo suonano un poco teatrali, ma che importa se raggiungono il loro scopo, non solo di raccontare una storia ma dipingere un quadro completo.
Il meccanismo è ben oliato e ben architettato: i dettagli dell'inquisitoria vengono svelati poco a poco. I primi capitoli contengono un'immagine tanto veritiera quanto impietosa della politica di livello locale, per la precisione a livello del piccolo comune. Il nuovo parroco che ha come ideale religioso l'incremento edilizio. E poi l'anziano giudice che esibisce la sua falsa modestia come un pavone che fa la ruota. I paesani con le loro paturnie e manìe e superstizioni, disposti a perdonare un adulterio, capaci eventualmente di comprendere persino un ipotetico omicidio, ma impossibilitati a concepire i sentimenti di caratura superiore. Il partito che si propone (o impone) come nuova religione. C'è ironia pur senza fare parodia, direi che c'è quasi quasi una parentela con Guareschi.
Media aritmetica di tutto quanto sopra: quattro stelle.
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