Un reportage dettagliato, ben strutturato, interessante e di assoluta attualità: Terzani, nell'agosto e settembre del '91, fa il tour della ormai ex unione sovietica chiedendosi (e chiedendo alle persone che incontra) se il partito comunista è morto, e se è così, dov'è il cadavere, dov'è il funerale, dov'è il disastro conseguente a un tale terremoto; chiedendosi e chiedendo qual è il ruolo dei vari nazionalismi e integralismi religiosi in uno snodo così cruciale della storia. Oggi siamo nel 2015 ma siamo ancora qui a parlare dello 'zar' Putin, di embarghi nei confronti della Russia, gelo nei rapporti diplomatici con la Russia, fondamentalisti islamici, per non dire dei nazionalismi che fioriscono in ogni dove, ormai non solo in Russia ma anche in Europa, e ogni volta che un vecchietto inciampa in un gradino deve gridare all'allarme rosso, tutta colpa dei comunisti cattivi che mangiano i bambini. Insomma, dopo oltre vent'anni, siamo bravi a fare tante belle celebrazioni per la caduta del muro e cose simili, ma al lato pratico dobbiamo ancora capire se questo comunismo è morto oppure no. E allora ben venga Terzani che guarda in faccia il suo interlocutore, ne studia attentamente la fisionomia e gli pone le domande dirette. Non certo le domande per compiacere l'intervistato, e nemmeno le domande di quelle fatte tanto per mettersi in competizione con lui, ma le domande giuste (chi era che diceva che non esistono risposte giuste o sbagliate ma solo domande giuste o sbagliate?).
Il crollo di un impero è un momento (momento inteso come tempo geologico…) sempre molto rilevante dal punto di vista storico, e molto affascinante dal punto di vista letterario. Se poi a raccontarlo è uno che scrive bene e sa mettersi nel giusto punto di vista, il risultato è una narrazione che scorre placida come un grande fiume, un racconto di viaggio e di confine, racconto della gente e per la gente, quella che ci prende sempre male attraverso tutte le traversie della Storia.
Lettura che fa il paio con Scompartimento nr. 6, che ho letto di recente: entrambi gli autori percorrono e descrivono la Russia sulle orme di Cechov, ed hanno entrambi un ricco bagaglio di cultura ed esperienze di viaggio che gli consente di fare considerazioni, di spiegare oltre che descrivere. Mentre in Scompartimento nr. 6 si osserva lo stato di decadenza dell'impero sovietico, qui Terzani è incuriosito dal modo in cui, nonostante tutto sia cambiato nelle premesse dei meccanismi del regime, poco o nulla cambi nel risultato. Non cambia perché lui sta osservando gli avvenimenti dalla estrema periferia dell'immenso impero; oppure non cambia perché semplicemente quella rivoluzione che noi tendiamo a identificare con una data esatta (forse per effetto della sovra-informazione da cui siamo bombardati), gli abitanti di quei remoti paesi già avevano visto e sentito compiersi determinati cambiamenti, pian piano, nel tempo: "Quando è stato tolto il coperchio , il contenuto di quella pentola era già lentamente sbollito".
Quale che ne sia la ragione, Terzani nel corso del viaggio finisce più volte per meravigliarsi di come la morte del partito comunista, un evento storico che dovrebbe lasciare segni evidenti e memorabili, nei fatti non determini nessun cambiamento effettivo nella vita della gente, né in politica, né in economia, tantomeno nella società. Attraverso le varie fasi della storia della Russia (impero degli zar, unione sovietica, crollo dell'unione con conseguente caos istituzionale) sono più gli elementi di continuità rispetto quelli di discontinuità.
Come già incontrate ne 'L'armata dei fiumi perduti' di Sgorlon, anche qui si trovano masse di gente, intere popolazioni, che ovunque si trovino, ovunque vadano o vengano mandate, sono e saranno per sempre fuori posto, per sempre in esilio e senza una patria, a parte le tradizioni e la religione. Non sono una patita del concetto di patria, anzi diciamo pure che lo avverso apertamente in quanto forma di narcisismo dei popoli, ma questo pensiero di genti che non sanno più neanche loro di dove sono, mi da' un senso di grande tristezza e malinconia.
Concludo annotando che anche io condivido il punto di vista di Terzani: "Il comunismo, con la sua sacrilega aspirazione a cambiare l'uomo, ha ucciso milioni di uomini e ha, come un moderno Gengis Khan, seminato vittime di ogni tipo lungo il percorso della sua conquista. Eppure è anche vero che là dove non era al potere, ma restava come un'alternativa d'opposizione - nei paesi dell'Europa Occidentale, per esempio -, il comunismo non è stato solo distruttivo, ma anzi ha contribuito al progresso sociale della gente. Come sistema di potere, fondato sull'intolleranza e sul terrore, il comunismo doveva finire. Ma come idea di sfida all'ordine costituito? Come grido di battaglia di una diversa moralità, di una maggiore giustizia sociale? Che succederà ora che il mondo capitalista resta l'unica "specie" del suo genere? Che cosa succederà ora che tanti potenti, tronfi di vanagloria per aver vinto la guerra contro il comunismo, restano senza concorrenza, senza sfida, senza stimolo?"
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