domenica 17 maggio 2015

L'ombra delle colline - Giovanni Arpino

E' un libro importante perché cerca di restituire la Resistenza alla sua giusta dimensione e prospettiva: non certo in chiave revisionistica, ma nemmeno in chiave esageratamente eroica, cerca proprio di essere obiettivo, e non tanto per quel che riguarda l'obiettività dei fatti quanto per l'obiettività della psicologia dei protagonisti.
Non è proprio quel che si dice una lettura immediata: questi libri scritti negli anni '60 hanno tutti un'atmosfera rarefatta, un qualcosa di incerto,  come se uno tra lo scrittore, o il narratore, o il protagonista (o tutti e tre?) facesse fatica a mantenere la concentrazione e focalizzarsi su di un oggetto o evento ben preciso. L'indecisione sembra essere la principale caratteristica nella letteratura italiana anni '60.
La trama è solo un misto di episodi, in flashback e flash-forward; ma di quegli episodi significativi, che tutti messi insieme sono in grado di rappresentare, se non di riassumere una vita. Anche se in tutto questo 'flashare' avanti e indietro, si finisce per perdere qualche passaggio e qualche spiegazione.
C'è un viaggio che è ovviamente simbolico, oltre che materiale. Mentre il protagonista de 'La strada per Roma' di Volponi vuole andarsene dalla provincia verso Roma per fare carriera, per dare un senso di pienezza alla propria vita, il protagonista de 'L'ombra delle colline', che gli assomiglia molto per età e per esperienza familiare, ormai trentatreenne in piena crisi esistenziale, parte da Roma per tornare al paesino sulle colline piemontesi, proprio per cercare il bandolo della matassa, per cercare un vero senso della sua esistenza fino a quel momento e per cercare il motivo del suo senso di smarrimento. All'inizio trovavo molte somiglianze tra i due indecisi: così come quel Guido Corsini di Volponi mi appariva svagato e smidollato, anche questo Stefano Illuminati di Arpino stava quasi per darmi sui nervi: indeciso se sentirsi giovane o vecchio, indeciso se essere un forte o un debole, indeciso se stare con Laura oppure no, indeciso se il suo problema è un eccesso o un assenza di speranze per il futuro. Ma poi, con il procedere del viaggio - materiale e metaforico, appunto - ho colto il tentativo dell'autore di descrivere il senso di disperazione che la guerra ha insinuato dentro il personaggio. Anzi, dentro i personaggi, perché tutti quelli che come lui hanno partecipato alla Resistenza, si trovano a dover fare i conti con qualcosa dentro di sé. Mentre il Corsini di cui sopra è proprio sciocco perché la guerra gli è scivolata sopra come acqua fresca, questo Illuminati la tragedia l'ha vissuta eccome, e se ne rende conto: rivede la sua vita e si accorge di essere passato da una subitanea esaltazione ed eccitazione ad un successivo senso di inadeguatezza e finanche di disperazione.
Al termine del viaggio ci sarà una pacificazione nel suo animo, ma solo grazie ad un altro sentimento, la disillusione: si rende conto che tutte le possibilità che lui e gli altri giovani come lui hanno avuto di fronte al momento della liberazione, non sono state pienamente colte. Se non si possono attribuire loro tutte le colpe, certo il senso di amarezza rimane comunque. Le battute finali e le spiegazioni finali mi hanno ricordato molto le semplici e chiare parole che scrive Berto nella prefazione de Il Brigante.
"Sono cresciuto coi morti, e ho potuto metterli da parte, collocarli lontano, a furia di sperare nella pace, nella comune e lunga vittoria, cui però non versavo ogni giorno il meglio di me, ma soltanto i deboli vapori di intenzioni inorganiche… E oggi, questi morti è giusto che io torni a scrutarmeli accanto, bisognoso di dargli almeno miglior sepoltura, un posto forse meno giustificato, meno rigoroso, ma più caritatevole nella memoria…"
Il momento della Liberazione, quando ci si chiede 'E ora?' ed 'E poi?':
"Ebbene, vennero giorni in cui ogni volto del 'poi' ci parve di viverlo, come attimo del futuro raggiunto. Qualche settimana soltanto, o forse anche meno…, ma ogni ora, di veglia o di sonno, spremeva un succo febbrile, rissoso, ricco di variegate speranze…"
Poi il disagio del non sapere più che fare si sé: " La storia è sempre la stessa: so chi ero, e perché… Ero sicuro del mondo… E adesso non so chi sono, cosa farne di me… Un pezzo d'uomo che non serve, una salute di ferro sprecata… Non vedi che razza d'anni si vive?"  "E' il vivere che è una trappola… Inutile agitarsi… L'abbiamo sbagliata allora. Avevamo l'occasione e nessuno se n'è accorto."
E infine, la disillusione: "La lapide è questa: il partigiano onesto, l'uomo onesto, è stato un tale che a un bel momento ha creduto giusto smetterla di rafficare, e oggi è un talaltro che rimpiange giorno e notte di non aver rafficato abbastanza."
"Certe volte ho un'invidia così maligna per chi oggi ha quindici anni… La bellezza di non saper niente! Di essere venuti dopo, d'essere magari anche un po' più stupidi… Noi: spenti come fiammiferi, anche se ci guardiamo bene dal riconoscerlo, anche se romperemmo il muso a chi osasse dircelo… Non abbiamo saputo far giustizia e ormai nessuno ce la può regalare"
La pacificazione finale, per lo meno con il proprio animo: "Ebbene sì, diamoci pace… riesco a dirmi ormai senza fatica. Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente, un minuto o un giorno o un anno possono confondere la nostra storia, un minuto o un giorno o un anno possono restituirci l'animo di ritrovarla, renderla nuovamente piena di noi… Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani…" "Per ora, già chiaro risulta questo vantaggio: non ci sarà condanna per l'impresa che risultò impossibile, per la qualità non raggiunta; saremo condannati solo se rifiuteremo d'esprimere il bene segreto che ci attende nell'umile alba di ogni giorno…"

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