sabato 16 maggio 2015

Conoscere una donna - Amos Oz

Non mi ha del tutto convinta. E’ una storia di sottile ricerca psicologica. Anzi, pesantemente psicologica e vagamente opprimente. Un agente del servizio segreto israeliano, dopo la morte della moglie in un incidente, decide di andare in pensione anticipata ma si trova del tutto disadattato a quella che è la vita normale e trova che tutte le persone attorno a lui - la figlia, la madre, la suocera, il cognato, i nuovi vicini, i nuovi amici - siano degli estranei.
Ci sono molte similitudini con “La sposa liberata”: lunghi preamboli e descrizioni particolareggiate. Trattenendosi così lungamente sui dettagli, finisce però per essere poco incisivo su quello che dovrebbe essere il nocciolo della questione: un padre che non ha mai conosciuto, che non conosce sua figlia, e tantomeno le altre persone che lo circondano,  e nemmeno la moglie che ormai non c’è più e con la quale non sono più possibili spiegazioni.
Il ritmo è volutamente lento e cadenzato, la trama è completamente actionless e priva di colpi di scena. L’aspetto positivo è il contrasto con lo stereotipo di agente segreto che viene comunemente proposto al cinema ma anche nella letteratura prevalente: non ci sono inseguimenti, non ci sono omicidi, questo agente segreto si definisce semplicemente un impiegato statale. Ed in effetti  è come una sorta di Detective Monk, ha grande perspicacia e intuizione ma anche grandi manie e paranoie. Ripete più volte le stesse identiche frasi, come formule magiche o come messaggi in codice. Per tutta la durata del romanzo rimane sempre e comunque concentrato su sé stesso, in realtà non pare faccia grandi sforzi per imparare o re-imparare a conoscere gli altri. Si arriva alla fine della lettura sperando in una svolta che invece non arriva.
Quello che però veramente manca alla fine di questo libro, alla fine di tutto questo andar sonnambuli per casa - il lettore insieme con il protagonista, di questo devo riconoscere il merito all’autore -  ciò di cui si sente la mancanza è un senso di sollievo: anche se non c’è stato un colpo di scena o un evento tragico,  doveva riuscire a trasmettere un sentimento del tipo “da questo momento so che tutto andrà meglio”  (come sa fare bene, ad esempio, Hesse in “La Cura“). Oppure poteva anche essere una conclusione con un senso di disperazione e tristezza “da questo momento inizierà il mio dolore ed inizierò a sfogarmi“. E invece qui resta tutto fumoso, peccato.

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