Ho iniziato a leggerlo senza troppa convinzione perché supponevo si trattasse di racconti, una forma narrativa che non mi è proprio congeniale. E invece la struttura narrativa si rivela più interessante: dire che sono tredici racconti o pezzi è un poco improprio e fuorviante, potrebbero sembrare racconti, che però hanno in comune più di un semplice filo conduttore, di sicuro non è un romanzo, si tratta di un insieme disarticolato e inconsueto. Oltre al tema, i “pezzi” hanno in comune lo stesso tono indolente, vagamente ingenuo e ironico, hanno in comune alcuni personaggi, alcune vicende ed episodi – si intuisce che in tutto questo c’è molto di autobiografico anche laddove non viene precisato. Maggiani propone sé stesso come racconto, ma questo racconto viene spezzettato dedicando un brano a ogni dettaglio, più o meno rilevante che sia. Anziché proporci un cortometraggio, ci propone dei singoli fotogrammi, degli scatti in cui a volte viene ritratto un paesaggio, o in altri un dettaglio di un interno. Tutte le foto messe insieme cercano di essere il racconto di quale e quanto amore ci può essere nella vita di un uomo normale: amore per la moglie, amore per una sconosciuta, per il gatto, per la figlia, per il figliastro, per la famiglia tutta. Però vi si trovano anche la fine dell’amore, i temi dell’assenza e dell’addio.
Bella scrittura e belle emozioni, però non arrivo a 4/5 perché da Maggiani mi aspettavo qualcosa di meglio: in alcuni passaggi ho avuto anch’io la sensazione, come scrive Ajmarchi qua sotto, che ci siano tante belle parole per dir niente, va bene la leggerezza ma ci voleva un po’ più di consistenza (come è riuscito a fare ne Il viaggiatore notturno).
Concludo con un passaggio che vale la pena di perder tempo a trascrivere: “Ci sono certi momenti in cui non importa se stai bene così come sei; a un certo punto, nel bel mezzo del tuo star bene ti sovviene che tutta ‘sta beatitudine non è per niente una cosa interessante. E’ un tipico pensiero di quelli che ti colgono a tradimento. E così ti viene da ricordare di come ai bei vecchi tempi era eccitante stare male. Magari non troppo, ma abbastanza da mettere in movimento tutto quello che adesso vedi fermo, immobile intorno a te e dentro di te. Visto che non sei stupido e sai bene che ti sei conquistato la tua pace con l’immobilità, tenendo a debita distanza tutto quanto può guastarla. […] Svegliarsi nella perfezione, e sentire la smania che ti monta di mandare tutto a ramengo. Tutta la perfezione, la bellezza, la pace che ti stanno facendo felice. E immobile come un albero, un albero fronzuto e sano, nodoso e immortale. […] Innamorarsi, naturalmente, è un buon modo per farla finita con la perfezione.”
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