domenica 17 maggio 2015

Padre padrone - Gavino Ledda

Storia vera dell’autore, dal giorno in cui il padre lo prelevò dalla scuola elementare, a 5 anni, per obbligarlo a fare il pastore, fino al giorno in cui, a 24 anni, si trasferisce a Salerno per avviarsi verso il diploma di liceo classico. Tutti quelli che mi avevano parlato di questo libro, ed anche i recensori qui su anobii, tendono a soffermarsi particolarmente sulle violenze e ingiustizie, sia fisiche che psicologiche, che questo padre usa sul figlio, fino a rendere il loro rapporto un qualcosa come padrone-servo e non, per l’appunto, padre-figlio. A mio avviso, però, l’aspetto notevole di questa storia non sta tanto in questa situazione, quanto nell’osservare il modo in cui il giovane Gavino se ne è tirato fuori. Importante è anche osservare come fa presto un ragazzo o un uomo a diventare una bestia se gli si toglie educazione e socializzazione. Abramo, in effetti, ha solo messo in pratica quello che suo padre aveva fatto con lui stesso, e suo nonno con suo padre, e così all’infinito risalendo all’indietro le generazioni. Dunque la crudeltà del padre è un fatto tutto sommato secondario, è un retaggio del passato, fa parte di altri millenni, egli è solo l’ultimo rappresentante di un mondo antichissimo, che, incredibile adirsi, è scomparso solo pochi anni fa - e il modo in cui Gavino Ledda è  riuscito ad entrare nel ventesimo secolo è un’azione che assume un valore a maggior ragione eroico.
Più in generale, il valore di questa lettura sta nella forza della sua testimonianza, mi pare del tutto superfluo mettermi a illustrarne il  valore educativo; comunque non è da meno neanche la qualità della scrittura, pulita e misurata, che parte con il ritmo lento dell’infanzia, quando il tempo sembra non passare mai, per poi prendere via via il ritmo: la trasformazione/maturazione dell’autore è ben espressa con il cambiamento dei toni, del vocabolario e dei contenuti dei dialoghi e delle riflessioni.
Significative anche le osservazioni sulla borghesia che non è tanto, o comunque non soltanto, una condizione di coloro che si sono arricchiti e detengono il potere, quanto una condizione mentale in cui si trovano gli stessi pastori, pur nella loro miseria, nell’esercitare il diritto di proprietà sul loro fazzoletto di terra e sui loro pochi averi come un contrasto esasperato tra “il mio” e “il tuo” (e mi vien da notare come questa cosa in montagna esiste ancora tutt’oggi, è davvero più radicata di quanto si pensi).
Altro passaggio notevole è quando si parla degli emigranti, del loro rapporto di amore e odio con la propria terra, e questo si applica a tutta l’Italia dell’epoca, certo non soltanto alla Sardegna, e bisognerebbe rileggerlo anche in chiave attualizzata.
E ancora, un altro passaggio che voglio sottolineare, è la rivelazione che la musica rappresenta per il giovane Gavino quando impara a suonare la fisarmonica: una cosa semplice come la musica, ancora oggi dai più ritenuta una cosa superflua, è quella che lo ha tirato fuori dalla sua condizione: “Sono io che sto suonando! Non mi sembra vero. Però ci debbo credere. Anch’io suono. Con volontà rozza, animalesca, ma inflessibile, le mie dita, callose e storte dalla zappa, per la prima volta ebbero l’opportunità di esprimere, alle querce secolari, la sensibilità di generazioni e generazioni mai educate alla musica. E attraverso le mie dita l’uomo delle caverne, ancora intatto dentro di me, ma sensibile in tutta la sua umanità, incominciava a raddolcirsi con la musica: a scavare dentro di sé e a scoprire che al di là dei suoi campi il mondo non finiva con l’orizzonte e che la miniera delle sue risorse sconfinava dal quel cielo che fino allora conosceva.”
Lo scontro tra l’antico mondo ancestrale/pastorale/contadino e la contemporaneità è un qualcosa di veramente complesso, ci sarebbe da parlarne per ore e ore… quando uno pensa al cemento, allo scempio del territorio e al modo in cui l’uomo moderno insulta e distrugge gli animali e la natura tutta, allora viene da rimpiangere l’antichità; però quando si leggono testimonianze come questa di Gavino Ledda, quando si parla di fatica bestiale, di pulci e di analfabetismo, allora penso anche che non è poi tutto sbagliato nel mondo moderno… a chi vuole approfondire il tema e magari anche restare in ambientazione sarda, suggerisco di leggere Assandira di Angioni.

Nessun commento:

Posta un commento