domenica 17 maggio 2015

I fantasmi di pietra - Mauro Corona

L'autore passeggia per Erto vecchia e inizia a raccontare: per ogni stagione, per ogni via, per ogni casa abbandonata, si risvegliano i ricordi. Il contenuto è dunque apparentemente inconsistente, fatto solo di immagini, impressioni,  leggende e aneddoti, sulla falsa riga di precedenti illustri come Dostoevskij (Note invernali su impressioni estive) e Rigoni Stern (Stagioni). Ma nonostante sia un libro tutto fatto di immagini e senza una vera trama, scorre molto bene, liscio come olio, non mi ha per nulla annoiato.
Emerge chiaramente il tema del conflitto tra le tradizioni di un mondo antico e contadino in contrasto con  la modernità, la contemporaneità e la tecnologia, i tempi frenetici di oggigiorno. Corona non intende in nessun modo demonizzare il "mondo moderno" ma fa capire chiaramente al lettore la sua forte nostalgia per quello antico. Una nostalgia che in qualche passaggio sembra un po' fine a sé stessa oppure un po' contraddittoria, come accade di sentire leggendo alcuni scritti di Paolo Rumiz.
L'abbandono dei piccoli centri, in realtà è un problema di tutta Italia. Tutti i paesi di montagna, ma anche le piccole frazioni della bassa, stanno facendo questa fine perché soccombono al conflitto tra antico e moderno, anche là dove non c'è stato il Vajont né altri tipi di catastrofe: i piccoli centri vengono abbandonati, punto e basta. E poi non è nemmeno solo una questione tra antico e moderno, ma è proprio un cambiamento radicale della società e delle abitudini:  l'abbandono dei paesini e della montagna tutta, il ritmo di vita sempre più frenetico e dipendente dalle tecnologie sono solo i sintomi più evidenti di una malattia ben più grande e complessa. Difficile anche solo stabilire se la si possa chiamare malattia.
Questo libro contiene anche una piccola autobiografia: parlando dei luoghi dove si è vissuta l'infanzia, è impossibile non parlare della propria famiglia, della propria crescita, lasciarsi andare a qualche sfogo e considerazione, fare un bilancio della propria esistenza, questo libro per l'autore è un modo per fare i conti con sé stesso. Mi ha ricordato mia nonna che rimpiangeva i suoi vent'anni. O meglio: era all'inizio degli anni '80, mia nonna lamentava che ai suoi tempi andava tutto meglio: c'erano meno delinquenti, il cibo era più buono e più sano, la gente si voleva più bene, e via discorrendo altre banalità simili. Al che mio babbo le fece giustamente notare "mamma, quello che tu stai rimpiangendo in realtà sono i tuoi vent'anni". Allo stesso modo, questo libro che fa la descrizione di un paese fantasma, dove sono rimasti solo i morti e le pietre, in realtà è un gioioso canto di nostalgia per la propria infanzia.

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