domenica 17 maggio 2015

Il brigante - Giuseppe Berto

Concordo assolutamente con la recensione del Time che campeggia in copertina: “Uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro”.  La scrittura è superba: precisa, chiara, né troppo semplice, né troppo ampollosa. Sia per lo stile, che per il contenuto, già soltanto la prefazione (dello stesso Berto) è degna di nota: in poche pagine, anzi in poche parole, riesce a tracciare un quadro dell’immediato dopoguerra e del neorealismo di estrema chiarezza e precisione.
Quello che  rende l’opera notevole, pur nella sua semplicità quasi da fiaba, è la completezza: vi si racconta la lotta contadina, culminante in una occupazione delle terre incolte; la storia del brigante Michele Rende che torna dalla guerra partigiana con una coscienza marxista forse un po’ ingenua ma senza dubbio sincera; e infine la formazione del ragazzo Nino che è anche la voce narrante del tutto. Secondo Berto il fatto che questi tre elementi si intreccino senza realmente fondersi rappresenta uno squilibrio del romanzo, ma a mio avviso è forse uno dei suoi punti di forza.
Un altro aspetto notevole è l’ambientazione: la natura e il paesaggio della montagna sono protagonisti del racconto a tutti gli effetti. La vicenda si svolge in Calabria ma effettivamente potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra parte della dorsale appenninica senza apportavi variazioni di rilievo. Pur essendo l’Italia lunga e con tante differenze tra nord e sud, è proprio vero che la dorsale appenninica rappresenta un qualcosa a sé stante, un elemento che accomuna genti e tradizioni.
Concludo citando ancora Berto dalla sua prefazione: “…voglio che questo libro sia una testimonianza della ingenuità e degli errori della mia generazione, e della sua generosità. Noi non capivamo molto, e facevamo speranza di ogni illusione. Ma se poi siamo approdati ad esibizionismo o corruzione, o ad uno stanco scetticismo, la colpa non è tutta nostra.”

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