domenica 17 maggio 2015

Il resto di niente - Enzo Striano

Profondo, poetico ma anche realistico: un dipinto impressionista. E’ un romanzo storico ma è anche molto di più. E’ il racconto della propria vita, fatto in prima persona, di Eleonora Fonseca Pimentel, personaggio di spicco della rivoluzione Napoletana del 1799.  Protagonisti di questo romanzo sono dunque Lenor,  la città di Napoli, la rivoluzione, ma soprattutto l’amore per la cultura e il sapere.
Anzi, credo proprio che questo ultimo sia il punto centrale: certamente c’è la vita eccezionale di una donna eccezionale, in cui la rivoluzione rappresenta il culmine e l’epilogo, ma la parte fondamentale di questa vita sono l’amore per la cultura, lo studio e il sapere in tutte le sue forme e discipline: Lenor ne è un’allegoria vera e propria.  Il modo singolare in cui il romanzo è strutturato lo dimostra: il linguaggio è fortemente poetico, la continua assenza di articoli e preposizioni sono una vera licenza poetica. La linea temporale del racconto è discontinua, come in un diario, si aprono come degli sprazzi di luce sulle complesse vicende narrate, ed è questo che lo rende un dipinto impressionista o forse anche cubista, ma è come una macchina del tempo, porta veramente il lettore nella Napoli del XVIII secolo.
Alla stessa Lenor, sin da quando vengono riferiti i primi pensieri della giovinetta che parla tra sé e sé, l’autore attribuisce emozioni e pensieri che non sono propri di un’undicenne: è il suo modo di segnalare sin dall’inizio che si tratta di persona dalla sensibilità e dalla cultura fuori dal comune. Usa molto le numerose lingue e dialetti, sembra quasi Gadda, questo ricostruisce bene l’ambiente multiculturale e cosmopolita in cui Lenor è cresciuta, ha vissuto e in cui i fatti si sono svolti, anche questo contribuisce molto all’effetto impressionista del tutto.  Anche quando cresce, la giovane Lenor qui descritta ha troppa coscienza di sé: parla in prima persona ma da’ un punto di vista dei fatti decisamente terzo, obiettivo e che si percepisce supportato dal senno di poi, la sua figura è lo strumento essenziale per descrivere un qualcosa che non potrebbe essere spiegato e raccontato senza un’eroina a farne da allegoria. 
Questo tema del sapere e della cultura è molto attuale: ancora oggi, anche se qui su anobii siamo in tanti, ed esiste la scuola dell’obbligo, ed anzi spesso i genitori impongono ai ragazzi di studiare per migliorare le proprie prospettive, poi però alla fin fine nel modo di sentire comune la persona colta, che legge e che studia, viene sempre guardata un po’ storto, il secchione viene sempre e comunque preso in giro.
Il pensiero del popolo nei confronti della persona colta è sempre lo spavento nei confronti di qualcosa che non comprende: “Cosa scrivete voi? Voi siete una donna!” “Io scrivo, sì. Libri, poesie, trattati.” L’altra osserva, preoccupata. Si fa il segno della croce. “Io pregherò per voi e la vostra famiglia” mormora “V’hanno educata molto male. Han producido la ruina de Usted”.

Lo stesso titolo “Il resto di niente” richiede una spiegazione multi sfaccettata:  sembra essere un’espressione tipica napoletana, non posso confermarlo in quanto non conosco quel dialetto, ma alla fin fine è la traduzione poetica di “nada di nada”, che è più simile all’italiano “niente di niente”, ed è l’espressione che viene sempre usata ogni volta che l’autore - tramite la voce di Lenor - parla del senso di impotenza nei confronti del fato e della storia, il senso dell’insignificanza di una singola vita, nonostante tutto l’impegno che vi si possa profondere per raggiungere importanti obiettivi. Alcuni esempi: “io che ‘nce posso fa’” pensò, in napoletano lei pure. Come dicevano i napoletani per significare “nulla, proprio nulla, nada de nada”?  “Ah, sì. Il resto di niente”.
“Fra un certo numero d’anni sarebbe giunta la morte. Forse suo fratello José, o Jéronimo, avrebbero continuato la stirpe dei Fonseca. Ma a lei cosa importava? Tutta la vicenda sua, e l’universo, finiti con lei. Cosa poteva rimanere? I versi? Se proprio non “facevano schifo”, come disse Primicerio, erano nulla in paragone a quelli di Metastasio, Rolli, Parini. Di costoro, forse, qualcosa resterà. Fra cent’anni, duecento: nel 1983, meu Deus! Ma di me? Nada de nada. Il resto di niente.”
“Folla ben vestita, le care musiche di sempre […]Incredibile: come se al mondo non stesse succedendo niente. Il resto di niente. La sera men che mai. Napoli sfodera la bellezza struggente delle sue notti estive. C’è persino la luna, altissima, tonda, sopra i monti Lattari. Ne tremola il riflesso sul mare, al di là dei bagliori vesuviani. Puntini di luce in tutto il golfo: sono le barche della notte, i pescatori a lampara. E barchini, castaldelle, gozzoni da diporto.”
“Riaprì il libro a una pagina segnata: “il cielo e la terra e le loro forze che turbinano intorno a me! Non vedo null’altro che un mostro il quale eternamente rumina ciò che ha divorato”. Noi facciamo parte di questo tritume cieco.”
Questo senso di impotenza nei confronti della Storia è lo stesso che trasmette la Bellonci in Rinascimento Privato e che già avevo sottolineato nella recensione di quel libro. C’è molto in comune con il libro della Bellonci, anche se epoche e storia e avvenimenti sono completamente diversi, ma le due protagoniste hanno molti tratti in comune, molte le riflessioni in comune e da parte delle due protagoniste e, ovviamente, da parte dei due autori.

Oltre al tema dell’amore per il sapere, ovviamente c’è l’imminente rivoluzione che aleggia sulla città: è più che un’atmosfera, è come una minaccia di eruzione del Vesuvio, che solo alla fine si scatenerà in tutta la sua violenza.
Più nello specifico, si parla del problema della rivoluzione imposta dall’altro, dai colti al popolo ignorante e superstizioso  -  e questo contiene anche un po’ di questione meridionale: “Sempre il vecchio problema: s’ha diritto di far felici gli altri imponendogli quella che riteniamo felicità? Felicità comporta sacrifici, s’ha diritto di imporli a chi pensa che non valga la pena di farli? […] Forse bisognerà aspettare che queste generazioni di Napoletani man mano s’estinguano, carpire a esse i giovanissimi, quelli che cedono […] col tempo le impenitenti legioni s’assottiglieranno, si dilegueranno nel Mito: Napoli diventerà una città come tant’altre, civili, della Terra, abitata da un popolo istruito, educato, ragionevole, pronto a seguire quanto gli verrà intimato dai filosofi, da tutti quelli che vogliono dargli assolutamente la felicità.”
Le frasi di Vincenzo Cuoco riassumono il senso e la storia della rivoluzione, non solo a Napoli ma di tutte le rivoluzioni: “Disse anche un’altra frase, che la colpì: “A Napoli la rivoluzione pochi la capiscono, pochissimi l’approvano, quasi nessuno la desidera”
“L’idiozia dei nobili, del re, in Francia non poteva non scatenarla [la rivoluzione]. E’ più idiota voler far lo stesso in condizioni diverse: le rivoluzioni non s’esportano”.

Mi ha fatto uno strano effetto rileggere gli stessi posti e stessi avvenimenti letti in La Sanfelice di Dumas, poco più di un anno fa, mi è sembrato come di vedere un remake, comunque ho fatto fatica a non fare continui paragoni. Rispetto Dumas i personaggi e protagonisti della rivoluzione qui sono più realistici, meno eroici e meno romantici, qui parlano in dialetto e non in maniera pomposa. Al tempo stesso, però, Dumas usa un linguaggio meno poetico e decide di prendersi la briga di spiegare la situazione nei dettagli, tutte le contingenze e i fatti anche minimi, racconta la rivoluzione giorno per giorno, direi quasi ora per ora.
Voto finale alto, nel complesso è una lettura impegnativa, e certo l’impegno migliora sempre il gusto della lettura.

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