domenica 17 maggio 2015

L'armata dei fiumi perduti - Carlo Sgorlon

Molto bello, belli i personaggi, ottima l’ambientazione. Il ritmo è abbastanza lento ma non è noioso, semmai si tratta di una scrittura dal respiro molto ampio.
Ambientato tra il ’44 e il ’45, è la storia di Marta, che fa la domestica presso una villa di ebrei russi emigrati in Friuli, e che si ritrova a gestire la villa da sola durante l’occupazione tedesca con tutto il campionario di umanità che da quella casa si trova a passare; contemporaneamente è la storia dei cosacchi che proprio in Friuli sono calati al seguito – o meglio, per ordine -  dei tedeschi e che si sono accasati nei villaggi e nelle frazioni, tra cui anche quella dove Marta vive: l’ampio respiro che l’autore si prende nella scrittura serve proprio perché la narrazione non intende soltanto raccontare le azioni di guerra tra cosacchi e partigiani, ma soprattutto i pensieri e i sentimenti che la tragedia della guerra suscita rispettivamente nel popolo friulano e nel popolo cosacco, e pertanto si sofferma su tutti gli aspetti psicologici dei vari personaggi che di man in mano vengono introdotti a rappresentare queste due categorie.
La diaspora dei popoli cosacchi e più in generale il tema della patria e della nostalgia per la propria terra, ed anche il tema dello smarrimento che viene successivamente ad una guerra, vengono raccontati con continui riferimenti all’odissea: la terra natìa una Itaca ormai perduta, e i popoli cosacchi condannati a vagabondare in ogni dove come Ulisse. L’autore narra la guerra senza schierarsi dalla parte di nessuno: i partigiani hanno le proprie ragioni nel difendere la loro terra, i cosacchi hanno le proprie ragioni nel fare quel che possono per sopravvivere oltre che per rispettare le proprie tradizioni, la gente del posto fa quel che può per aiutare tutti mentre aspetta che la guerra finisca, e la morte che falcia vittime tra tutte le parti in gioco è quasi come un personaggio indipendente da tutti gli altri attori e da tutte le volontà in causa. Il finale dolceamaro induce a molte riflessioni, soprattutto sulla tragedia del conflitto, direi che fa decisamente da controcanto all’inno di pace che ho letto da poco in ‘Educazione Europea’ di Gary Romain: qui si riflette su come l’essere umano si porta la guerra nel ventre, per sua natura, e periodicamente le febbri di questa malattia sono sempre destinate a riemergere.
Ora procedo a mettere in wl ‘I Cosacchi’ di Tolstoj, cui Sgorlon stesso dice di aver attinto molto materiale.
Un’ultima nota: mi accorgo che da qui Pansa ha preso qualche ispirazione per il suo  “I tre inverni della paura”, anzi molto più di qualcosa: la villa isolata, i personaggi che da lì vanno e vengono come da un porto di mare, il fidanzato disperso in Russia, il disorientamento della guerra che volge al termine… solo l’ambientazione è spostata dalla Carnia alla pedemontana del parmense.

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