Una sbirciatina nelle atmosfere decadenti e borghesi della Roma bene del dopoguerra (anni non meglio identificati: 50 o 60 o 70?), nelle stanze ombreggiate e ricche di mobili e soprammobili per scoprire che c’è più di un po’ di queste atmosfere in tutte le nostre infanzie e giovinezze, nelle case dei nostri nonni e/o genitori. Il racconto affronta il tema delle generazioni, il tema della vita familiare, con il rapporto tra padre e figlio, tra madre e figlio; il tema dello scorrere del tempo ed in esso del rinnovarsi della vita, con le morti e le nascite, con un andamento sinusoidale.
Ho trovato una scrittura strana, fatta di cenni e sottointesi più che di narrazione vera e propria: questa caratteristica gli conferisce il tono di una confidenza.
Verso il finale, in alcuni passi ho trovato un che di ripetitivo (qualcuno nelle recensioni qua in giro parla di monotonia), ma non è un difetto, è un qualcosa che include il significato stesso del racconto: chissà quante cose - gesti, scelte, situazioni, comportamenti o dialoghi - io mi credo di compiere per la prima volta in maniera assolutamente inedita e autonoma e invece già i miei genitori hanno compiuto lo stesso gesto o fatto lo stesso identico discorso.
Più in generale, ancora una volta, a costo di essere ripetitiva, mi chiedo: ma quanto poco siamo cambiati? Specialmente nella prima parte del romanzo, mi sono trovata ad osservare come si perpetuano le abitudini quotidiane, e gli oggetti ad esse collegati, nel corso dei decenni e delle generazioni: davvero siamo cambiati così poco noi e le nostre case?
Abbiamo in giro per casa ancora gli stessi servizi da the e da caffè, e ancora ci innamoriamo ai tavolini del bar vicino a casa, e ancora ci baciamo contro gli stipiti delle porte più o meno all’insaputa dei genitori.
Tipico romanzo statico, forse non è l’ideale per gli amanti del racconto di azione o di viaggio, ma è a suo modo coinvolgente. Magari non è un’opera superlativa, ma comunque fa riflettere.
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