sabato 16 maggio 2015

Le voci del fiume - Jaume Cabré

Della Spagna e degli scrittori spagnoli non so nulla, ma ogni volta che me ne capita uno per le mani è sempre una piacevole scoperta. Anche questa volta le recensioni positive su anobii mi hanno ben indicato. Il romanzo è notevole, avevo usato questo aggettivo una dozzina di volte in questo mio commento, prima di rivederlo perché non somigliasse ad una ripetitiva filastrocca.
Si tratta di una avvincente saga di paese ambientata nei Pirenei, ma anche di un avvincente romanzo epico. L’ambientazione parte dalla guerra per finire ai giorni nostri descrivendo così non solo il conflitto ma anche tutti i cambiamenti che nel frattempo sono occorsi nella vita quotidiana delle persone in Europa. Qui mi viene da osservare che la guerra è gran brutta cosa, ma dal punto di vista strettamente letterario è una manna: il bravo scrittore può trarne quel che vuole. Al di là, naturalmente, delle necessità di memoria e testimonianza, che in questo romanzo hanno grande importanza. Direi che il tema della memoria è il principale, cui la guerra, la vendetta, la vita di paese, gli amori e le difficoltà di vita quotidiane fanno da contorno.
Lo scrittore riesce a inserire nella stessa narrazione - con molta eleganza ed ironia - quello che i personaggi dicono e quello che gli stessi pensano e ricordano ma che non possono o non vogliono dire, e questa forma di coralità dà un notevole gusto alla lettura. Inoltre la linea temporale è frastagliata, con salti in avanti e all’indietro nel tempo ma questo non interferisce con la scorrevolezza del testo. Le ardite sovrapposizioni temporali ottengono anzi di dare alla lettura un effetto molto cinematografico.
L’intreccio delle vicende e dei personaggi è complesso come un meccanismo di precisione, quel genere di struttura che lascia ricostruire gli eventi al lettore come in un puzzle. L’intero susseguirsi degli eventi attraversa i decenni conferendo allo scorrere del tempo densità e profondità.
Impossibile non apprezzare, specie per chi conosce la montagna, l’ambientazione molto realistica del paesino con le antiche dimore, i pascoli e le coltivazioni, gli anziani e i bambini, le famiglie storiche e le nuove arrivate, quelle più facoltose e quelle più povere, quelle che appoggiano il fascismo e quelle che simpatizzano per i partigiani, con i vecchi rancori che si sommano a nuovi odii.
Forzando un po’ la mano, se si sostituisce il microcosmo del paese con il macrocosmo di una intera nazione, direi che si presta fin troppo bene ad una lettura allegorica per descrivere la presente situazione socio-politica in Italia (anche se presumibilmente questo non era per nulla nelle intenzioni dell’autore): la ricca signora come una sorta di caimano compra tutto ciò che riesce a comprare con il suo “fai sempre tutto ciò che devi fare se ritieni di doverlo fare” e con la sua visione di bene e di male, e con la sua possibilità di influenzare il punto di vista delle persone, si mette in competizione con Dio e cerca di sostituirlo, finisce per pretendere di riscrivere la storia,  pretendere di stabilire la verità per tutti, per coloro che la amano, per coloro che la odiano, per coloro che si approfittano di lei e/o dei suoi soldi, e anche per tutti coloro che non la pensano come lei. Nel finale qui non c’è nessun rogo in nessun palazzo di giustizia, eppure, io vi ho trovato la stessa amarezza…

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