Sotto un titolo parecchio intrigante, si trova una lettura alquanto singolare, direi complessa.
Trattasi di una serie di episodi cefalutani, più o meno legati tra loro, come delle cronache della vita di paese, che attraverso i personaggi, le ambientazioni, alcuni eventi e alcuni dialoghi, ricostruiscono un’immagine della Sicilia negli anni venti. Queste cronache sono rapide, neanche delle istantanee, sono come una sorta di schizzi, e forse questo mi ha un po’ deluso, mi ha dato come un senso di superficialità. Gli scioperi, le proteste e l’avvento del fascismo sono proposti solo per immagini, delle istantanee di piazza. Il tema della follia, così ben introdotto al principio, viene presto abbandonato per non essere più ripreso; mentre la figura di Aleister Crowley e la comunità di misteriosi esoterici al “tempio” mi paiono un po’ come l’elemento intruso.
All’inizio parte bene, con delle belle atmosfere arricchite dai tanti aggettivi che rendono il testo difficile ma in modo gustoso: dal punto di vista stilistico è un singolare miscuglio tra Verga (da cui prende un certo verismo e una certa coralità del racconto: la girandola di personaggi fa sembrare Cefalù come una specie di Macondo), Tomasi di Lampedusa ( per le ambientazioni siciliane, sia negli antichi palazzi dei nobili che nelle scene di campagna) e D’Annunzio (con il lessico ed il periodare aulici e ricercati). E proprio questo suo aspetto dannunziano è quello che, con il procedere della lettura, mi ha messo a disagio. Il linguaggio aulico e ricercato inizialmente è piacevolmente barocco, si fatica a credere che si tratti di un testo scritto nel 92, però con il procedere delle pagine l’eccesso di ricercatezza - che è probabilmente il vero filo conduttore dell‘opera - finisce per appesantire la lettura. Lo sfoggio di erudizione con cui, in più passaggi del libro, viene proposta una vera e propria raffica di nomi, cose, descrizioni dà un eccessivo senso di pesantezza: dalla ricchezza di un linguaggio barocco si passa all’esagerazione di un rococò. Posso capire che in una scena, ad esempio, come quella del baccanale, il lungo elenco possa servire a dare enfasi, a dare impulso ad una scena che altrimenti finirebbe per sembrare solo un casino di campagna, ma a mio avviso il satanismo proposto in questi termini, infilato nel romanzo in questo modo un po’ forzato, non è emozionante né avvincente, è solo una ridda di inutili orpelli.
Forse non l’ho capito ma ho avuto la sensazione della mancanza di un vero approfondimento, che rimane non detto perché affogato in un mare di estetica. Alla fin fine, l’approssimarsi della tragedia viene espresso quasi senza alcun riferimento preciso, senza descrizioni e parole dirette, ma solo attraverso l’atmosfera e le sensazioni. E questo è un pregio o un difetto, a seconda del punto di vista.
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