domenica 17 maggio 2015

L'impossibile volo - Louis De Bernières

“L'impossibile volo” è la traduzione impropria ma comunque abbastanza azzeccata dal titolo originale “Birds without wings”: gli uccelli sono sempre presenti lungo tutto il racconto e costituiscono un filo conduttore attraverso una vicenda lunga anni, ed anzi sono le riflessioni da qui ispirate ad essere di grande attualità. Il loro canto accompagna i protagonisti dall’alba al tramonto e anche dal tramonto all’alba; sottolinea gli eventi cruciali, fa da controcanto agli eventi di guerra, uccellini di ogni specie vengono donati e ricevuti in dono, i personaggi sono spesso paragonati a uccelli, o ne prendono nome o soprannome, per tramite di essi tentano di comunicare con i morti, comunicare con Dio e comprendere il significato della propria esistenza. Il racconto si apre con due dei protagonisti che, da bambini, sono convinti di poter volare come uccellini; e si conclude sull’anno 1923 con la cittadina di Telmessos che cambia nome in Fethiye in onore di un aviatore ottomano. Quando si osserva il cielo con i suoi pochi occupanti – uccelli o i pochi aerei – è sempre per rimpiangere la sua immensa distanza dalla terra e dal mondo terreno. “Gli uomini sono strani uccelli, di un tipo che non vola un granché.”  
“Per gli uccelli con le ali niente cambia; essi volano dove vogliono, incuranti dei confini, i loro bisticci sono cose da nulla. Noi, invece, siamo costretti in terra, non importa quanto in alto ci arrampichiamo e quanto agitiamo le braccia. Non potendo volare, siamo condannati a fare cose che non ci appartengono. Non avendo ali, siamo sospinti verso infamie e battaglie che non cerchiamo…” 
Il racconto si svolge in una antica cittadina nei pressi delle coste dell'Anatolia, tra la fine del XIX e l'inizio del XX. La narrazione è corale, i narratori sono gli stessi protagonisti le cui voci si alternano a quella del narratore onnisciente. Queste due caratteristiche messe insieme ne fanno un romanzo dal respiro amplissimo: il crollo dell’impero ottomano, la Grande Guerra, la nascita di uno stato indipendente turco, e l’intersecarsi di questi eventi con i fatti di vita dei singoli protagonisti sono un intreccio di grande impegno. Impegno sia per lo scrittore, che ha dovuto abbracciare con lo sguardo un qualcosa di enorme, e impegno anche per il lettore perché comunque non è solo lettura di intrattenimento ma anche istruttiva. Per quanto mi riguarda, su Mustafa Kemal Ataturk, sapevo poco e niente, mentre ora un’idea me la sono fatta, anche se devo ammettere che le parti di racconto dedicate specificamente a lui sono un po’ meno incisive. Superlative invece le descrizioni di Istanbul e di Smirne di inizio secolo scorso.
La narrazione parte a rilento perché deve introdurre numerosi personaggi, ciascuno con la sua presentazione e la sua storia, nessuno di essi è inutile rispetto l’intreccio complessivo della storia, anche se subito risulta difficile intendere dove l'autore va a parare: la storia che racconta stavolta è molto più imponente rispetto il mandolino.
Quel che a suo tempo mi aspettavo di trovare ne “L’imbroglio del turbante” di Serena Vitale, l’ho invece trovato qui, a distanza di diversi anni. La dolcezza dei paesaggi e delle atmosfere tra le vie della piccola cittadina rurale e tra le antiche rovine Licie e in seguito il crollo dell’impero ottomano, il crollo di tradizioni e certezze che duravano da secoli, e l’irrompere dell’orrore della guerra. Sul finale non manca nemmeno una certa emozione per la nascita di una nuova nazione e, da parte dei suoi cittadini, nonostante tutte le tribolazioni patite e gli orrori che sono stati commessi, un certo orgoglio per la presa di coscienza di questa nuova cittadinanza.
Tutto il libro è estremamente denso di temi e ricco di significati che si intersecano: oltre la storia, la geografia, la religione, ci sono ovviamente i temi della guerra, della tolleranza e della convivenza pur nelle diversità, l’amore per la terra natìa, il rapporto con la natura e la vita agreste della cittadina all’inizio del XX secolo, la condizione di fragilità dell’essere umano e della sua quotidianità. C’è l’intento molto tolstojano di dimostrare in modo pratico e concreto, raccontando tutta la concatenazione degli eventi, come la storia fatta dai generali e capi di stato coinvolge e travolge i semplici cittadini e comuni mortali, e come a loro volta generali e capi di stato in realtà non fanno la storia ma sono anch’essi influenzati da piccoli e apparentemente insignificanti eventi. Non mancano nemmeno i collegamenti diretti con l’altro romanzo di De Bernieres, Il mandolino del Capitano Corelli, per stuzzicare la curiosità di chi ancora non l’ha letto e per strappare un sorriso a chi già conosce la storia e così può estendere gli intrecci tra i due romanzi. Un ottimo inizio per le letture del 2015.

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