Il quarto e ultimo
volume è ambientato negli ultimi trent'anni di storia italiana: il
pentapartito, i socialisti, tangentopoli e il berlusconismo, la diffusione
della televisione e dell'eroina, gli anni ottanta con la certezza di avercela
fatta una volta per tutte e infine gli anni zero con il crollo di ogni
certezza. Il racconto riparte agilmente là dove si era fermato con il libro
precedente, e riparte con un ritmo serrato, forse fin troppo precipitoso, con
un susseguirsi di numerosi eventi ma inizialmente non sembra concentrarsi su
nessuno in particolare. La trama si infittisce di nomi e fatti, con stati
d'animo altalenanti in entrambe le protagoniste che portano anche il lettore
sulle montagne russe. Se nel terzo libro si trovavano interessanti riferimenti
al femminismo e anche oltre il femminismo, questo libro mi è sembrato avere un
carattere decisamente, forse esageratamente femminista: una volta svelati tutti
i dettagli dell'intreccio, non rimane un solo personaggio maschile che possa
fare una buona o anche solo discreta figura.
Lo straordinario
realismo che aveva caratterizzato i primi libri, qui mi è apparso un po'
appannato, in alcuni passaggi ( ad esempio, relativamente ai libri di Lenù, o
agli intrecci di Lila e dei Solara con la politica locale) subentra anzi una
certa approssimazione, quel realismo iniziale soccombe un poco alle necessità
della narrazione di far procedere gli eventi e far quadrare tutto l'intreccio
in vista del finale.
L'epilogo non è un
finale vero e proprio, del resto le amicizie vere, quelle che durano tutta la
vita - quelle così vere che mi sa esistano solo nella letteratura e nei film -
sono storie che non finiscono mai, nemmeno se uno dei due protagonisti muore, come
ci ha dimostrato Uhlman ne L'Amico ritrovato. Questo romanzo, tutto sommato, si
pone proprio su questo livello: racconto di una vita, amicizia, ritrovamento.
La genialità di cui al titolo non è solo - non tanto - la elevata capacità
intellettiva di una o di entrambe le protagoniste. Parlare di genialità, in
questo caso, è una brillante trovata per creare un rafforzativo al legame di
amicizia raccontato: la genialità è nel reciproco riconoscimento,
nell'affinità, nel ritrovarsi.
Per le piccole
'pecche' cui ho fin qui accennato, fino a questa mattina intendevo assegnare
tre stelle e mezzo a questo ultimo libro della tetralogia. Ma dopo aver letto
il finale, voto quattro stelle piene e meritate: la conclusione dell'intera
vicenda è un raro esempio di funambolismo, di contorsionismo letterario.
Contorsionismo in chiave positiva, nel senso di notevole capacità ed elasticità
dell'autrice. Quello che inizia
apparentemente come un banale feuilleton, al temine della lettura si configura
come una struttura assolutamente sofisticata. Così come la figura di Lenù si
avvicina molto all'idea che ci si può fare della scrittrice Ferrante, allo
stesso modo, nel finale, le figure delle due amiche Lila e Lenù finiscono quasi
per sovrapporsi, si confonde cosa è una e cosa è l'altra, quale delle due è
geniale, quale delle due condiziona e quale è condizionata, quale ha avuto
ragione e quale ha avuto torto, quale è che sta raccontando la storia
dell'altra. Il loro rapporto di amicizia 'splendida e tenebrosa', raccontato in
quattro libri che coprono oltre sessant'anni di storia Napoletana e Italiana,
si riassume bene in questo passaggio: "C'entriamo sempre e soltanto noi
due: lei che vuole che io dia ciò che la sua natura e le circostanze le hanno
impedito di dare, io che non riesco a dare ciò che lei pretende; lei che si
arrabbia per la mia insufficienza e per ripicca vuole ridurmi a niente come ha
fatto con se stessa, io che ho scritto mesi e mesi e mesi per darle una forma
che non si smargini, e batterla, e calmarla, e così a mia volta calmarmi."
Come è stato scritto
in altri commenti prima del mio, tutto in Lenù lascia pensare che si tratti di
un alter ego della Ferrante e che questa sia una storia almeno in parte
autobiografica. Tengo a sottolineare questa probabile componente autobiografica
non perché mi interessi arrovellarmi su chi è o chi non è Elena Ferrante, ma
perché questa idea può aiutare a capire da cosa traggono origine il realismo e
la forza della scrittura in questi quattro libri, e perché va a far parte di
quell'esercizio funambolico cui ho accennato sopra, all'interno del quale il
libro diventa l'oggetto di sé stesso. La scrittrice Lenù - alter ego della
Ferrante - scrive la storia che ha temuto ma anche desiderato che la sua amica
fosse in grado di portare a termine, un libro con la storia dettagliata della
figlia mescolata a quella di Napoli, e dell'Italia, e del '900. Un libro di
successo che sia romanzo di formazione
ma anche sociale, romanzo storico ma anche psicologico.
Questi quattro libri
sono stati una galoppata, possono non piacere ma non si può negare che la
tetralogia tutta intera scorra impetuosa come un torrente. Considerando tutta
l'opera nel suo complesso, voto quattro stelle e mezzo: forse non sarà un
capolavoro mondiale di quelli da cinque stelle, ma la storia non è solo ben
scritta, è una storia di importanza e di sostanza. E una storia caratterizzata
da forte immedesimazione: è stato bello - prima, durante e dopo la lettura -
scorrere le recensioni qui su anobii e leggere le ragioni di chi si immedesima
in una delle due amiche e detesta l'altra, o viceversa: rappresenta una
interessante appendice ad una storia già di per sé ben calata nella realtà e
che l'autrice ha abilmente saputo legare a doppio filo con l'immagine che ha
creato - o meglio, non creato - di sé stessa. Sono soddisfatta di essermi
'imbarcata' in questa lettura seriale.
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