mercoledì 29 luglio 2015

Storia della bambina perduta - Elena Ferrante


Il quarto e ultimo volume è ambientato negli ultimi trent'anni di storia italiana: il pentapartito, i socialisti, tangentopoli e il berlusconismo, la diffusione della televisione e dell'eroina, gli anni ottanta con la certezza di avercela fatta una volta per tutte e infine gli anni zero con il crollo di ogni certezza. Il racconto riparte agilmente là dove si era fermato con il libro precedente, e riparte con un ritmo serrato, forse fin troppo precipitoso, con un susseguirsi di numerosi eventi ma inizialmente non sembra concentrarsi su nessuno in particolare. La trama si infittisce di nomi e fatti, con stati d'animo altalenanti in entrambe le protagoniste che portano anche il lettore sulle montagne russe. Se nel terzo libro si trovavano interessanti riferimenti al femminismo e anche oltre il femminismo, questo libro mi è sembrato avere un carattere decisamente, forse esageratamente femminista: una volta svelati tutti i dettagli dell'intreccio, non rimane un solo personaggio maschile che possa fare una buona o anche solo discreta figura.

Lo straordinario realismo che aveva caratterizzato i primi libri, qui mi è apparso un po' appannato, in alcuni passaggi ( ad esempio, relativamente ai libri di Lenù, o agli intrecci di Lila e dei Solara con la politica locale) subentra anzi una certa approssimazione, quel realismo iniziale soccombe un poco alle necessità della narrazione di far procedere gli eventi e far quadrare tutto l'intreccio in vista del finale.

L'epilogo non è un finale vero e proprio, del resto le amicizie vere, quelle che durano tutta la vita - quelle così vere che mi sa esistano solo nella letteratura e nei film - sono storie che non finiscono mai, nemmeno se uno dei due protagonisti muore, come ci ha dimostrato Uhlman ne L'Amico ritrovato. Questo romanzo, tutto sommato, si pone proprio su questo livello: racconto di una vita, amicizia, ritrovamento. La genialità di cui al titolo non è solo - non tanto - la elevata capacità intellettiva di una o di entrambe le protagoniste. Parlare di genialità, in questo caso, è una brillante trovata per creare un rafforzativo al legame di amicizia raccontato: la genialità è nel reciproco riconoscimento, nell'affinità, nel ritrovarsi.

 

Per le piccole 'pecche' cui ho fin qui accennato, fino a questa mattina intendevo assegnare tre stelle e mezzo a questo ultimo libro della tetralogia. Ma dopo aver letto il finale, voto quattro stelle piene e meritate: la conclusione dell'intera vicenda è un raro esempio di funambolismo, di contorsionismo letterario. Contorsionismo in chiave positiva, nel senso di notevole capacità ed elasticità dell'autrice.  Quello che inizia apparentemente come un banale feuilleton, al temine della lettura si configura come una struttura assolutamente sofisticata. Così come la figura di Lenù si avvicina molto all'idea che ci si può fare della scrittrice Ferrante, allo stesso modo, nel finale, le figure delle due amiche Lila e Lenù finiscono quasi per sovrapporsi, si confonde cosa è una e cosa è l'altra, quale delle due è geniale, quale delle due condiziona e quale è condizionata, quale ha avuto ragione e quale ha avuto torto, quale è che sta raccontando la storia dell'altra. Il loro rapporto di amicizia 'splendida e tenebrosa', raccontato in quattro libri che coprono oltre sessant'anni di storia Napoletana e Italiana, si riassume bene in questo passaggio: "C'entriamo sempre e soltanto noi due: lei che vuole che io dia ciò che la sua natura e le circostanze le hanno impedito di dare, io che non riesco a dare ciò che lei pretende; lei che si arrabbia per la mia insufficienza e per ripicca vuole ridurmi a niente come ha fatto con se stessa, io che ho scritto mesi e mesi e mesi per darle una forma che non si smargini, e batterla, e calmarla, e così a mia volta calmarmi."

 

Come è stato scritto in altri commenti prima del mio, tutto in Lenù lascia pensare che si tratti di un alter ego della Ferrante e che questa sia una storia almeno in parte autobiografica. Tengo a sottolineare questa probabile componente autobiografica non perché mi interessi arrovellarmi su chi è o chi non è Elena Ferrante, ma perché questa idea può aiutare a capire da cosa traggono origine il realismo e la forza della scrittura in questi quattro libri, e perché va a far parte di quell'esercizio funambolico cui ho accennato sopra, all'interno del quale il libro diventa l'oggetto di sé stesso. La scrittrice Lenù - alter ego della Ferrante - scrive la storia che ha temuto ma anche desiderato che la sua amica fosse in grado di portare a termine, un libro con la storia dettagliata della figlia mescolata a quella di Napoli, e dell'Italia, e del '900. Un libro di successo che sia romanzo  di formazione ma anche sociale, romanzo storico ma anche psicologico.

 

Questi quattro libri sono stati una galoppata, possono non piacere ma non si può negare che la tetralogia tutta intera scorra impetuosa come un torrente. Considerando tutta l'opera nel suo complesso, voto quattro stelle e mezzo: forse non sarà un capolavoro mondiale di quelli da cinque stelle, ma la storia non è solo ben scritta, è una storia di importanza e di sostanza. E una storia caratterizzata da forte immedesimazione: è stato bello - prima, durante e dopo la lettura - scorrere le recensioni qui su anobii e leggere le ragioni di chi si immedesima in una delle due amiche e detesta l'altra, o viceversa: rappresenta una interessante appendice ad una storia già di per sé ben calata nella realtà e che l'autrice ha abilmente saputo legare a doppio filo con l'immagine che ha creato - o meglio, non creato - di sé stessa. Sono soddisfatta di essermi 'imbarcata' in questa lettura seriale.

 

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