Di pari passo con il
maturare delle due protagoniste, matura anche la percezione del racconto nel
suo complesso: l'opera è piuttosto imponente, non solo nella quantità ma anche
nella qualità, ben strutturata e proporzionata.
Ho apprezzato il
fatto che la storia, in questo terzo volume, inizia a portarsi anche fuori dal
rione napoletano dove tutto ha avuto inizio, si accentua anzi il contrasto tra
il 'dentro' e 'fuori' dal rione, tra chi parte e chi resta, come indica il titolo
stesso. E nell'ambito di questo contrasto dentro-fuori, l'amicizia-contrasto
tra Lila e Lenù somiglia molto a quella tra Mario e Guido nel libro di De
Carlo, 'Due di due'. Sono tantissimi gli elementi in comune, anche se
rimescolati all'interno delle rispettive coppie. Anche questa storia della
Ferrante potrebbe intitolarsi 'Due di due' perché anche qui c'è un gioco di
specchi, un incrocio tra lontananze e vicinanze, similitudini e differenze tra
due persone che hanno, a volte con affetto e a volte con cattiveria, condiviso
la vita e l'amicizia. E per lo stesso motivo, anche il libro di De Carlo
potrebbe intitolarsi 'L'amico geniale': riconoscere genialità nell'amico/a è
riconoscergli una parte del proprio successo e dei propri risultati, in alcuni casi
riconoscergli anche una superiorità.
La trama, l'ho già
scritto, è una soap: ci sono mogli,
mariti, figli, amanti, ci sono i buoni e i brutti e i cattivi, esaurimenti
nervosi, ci sono i ricchi con l'azienda di famiglia e i poveri che in quelle
attività vengono coinvolti anche loro malgrado. Ma lo spirito che muove la
scrittura e i personaggi è ben più solido e ricercato dello spirito di una
soap, e lo si sente dietro frasi che sono come segnali, sono come delle boe cui
girare attorno, frasi che l'autrice fa dire ai suoi personaggi ma che non sono
affatto buttate lì a caso: "Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo
come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta";
oppure: "Sei proprio una brava ragazza, povera te."
Attraverso il
racconto, questa Italia sgangherata la si percepisce viva e pulsante, con le
lotte politiche e studentesche, la crisi petrolifera, il femminismo, la
rivoluzione anche nel modo di intendere la sessualità. Come vuole il consueto
realismo che già si fa notare nei primi due volumi, qui si va dalla fine degli
anni sessanta fino alla seconda metà dei settanta, e dunque subentrano gli anni
di piombo, e l'avvento dell'informatica.
Oltre al realismo
cui la Ferrante ci ha già abituato, la scrittura assume una maggiore solidità
che ne fa il libro più concreto e
piacevole dei tre fin qui letti. Sarà perché i personaggi sono ormai adulti, o
perché i preamboli sono finiti e si inizia a tirare le fila di quanto proposto
nei volumi precedenti, o forse ancora perché si vedono ampliare gli orizzonti
delle protagoniste. In un romanzo, il concepire la vita come un continuo
divenire è la scoperta dell'acqua calda, ma qui si cerca di sviscerare
maggiormente l'idea del divenire, del diventare attraverso gli anni. Diventare
qualcosa, o qualcuno. Per poter dire se questo approfondimento è ben riuscito,
beh, questo dipende dalla sensibilità di ogni lettore. Per quanto mi riguarda,
trovo abbia funzionato discretamente bene.
Inizio a capire il
successo di questa serie: è facile rispecchiarsi e riconoscersi in questa
concretezza, riconoscere momenti della propria vita e delle proprie esperienze,
immedesimandosi ora in una delle due amiche, ora nell'altra, comunque le due
messe assieme riescono a esporre un campionario di vita vissuta davvero vasto.
Attraverso entrambe si esprime la fatica di trovare la propria dimensione oltre
che la propria strada, e questa è una cosa molto contemporanea, nonostante il
racconto si svolga durante gli anni settanta.
Nessun commento:
Posta un commento