mercoledì 22 luglio 2015

Storia di chi fugge e di chi resta - Elena Ferrante


Di pari passo con il maturare delle due protagoniste, matura anche la percezione del racconto nel suo complesso: l'opera è piuttosto imponente, non solo nella quantità ma anche nella qualità, ben strutturata e proporzionata.

 

Ho apprezzato il fatto che la storia, in questo terzo volume, inizia a portarsi anche fuori dal rione napoletano dove tutto ha avuto inizio, si accentua anzi il contrasto tra il 'dentro' e 'fuori' dal rione, tra chi parte e chi resta, come indica il titolo stesso. E nell'ambito di questo contrasto dentro-fuori, l'amicizia-contrasto tra Lila e Lenù somiglia molto a quella tra Mario e Guido nel libro di De Carlo, 'Due di due'. Sono tantissimi gli elementi in comune, anche se rimescolati all'interno delle rispettive coppie. Anche questa storia della Ferrante potrebbe intitolarsi 'Due di due' perché anche qui c'è un gioco di specchi, un incrocio tra lontananze e vicinanze, similitudini e differenze tra due persone che hanno, a volte con affetto e a volte con cattiveria, condiviso la vita e l'amicizia. E per lo stesso motivo, anche il libro di De Carlo potrebbe intitolarsi 'L'amico geniale': riconoscere genialità nell'amico/a è riconoscergli una parte del proprio successo e dei propri risultati, in alcuni casi riconoscergli anche una superiorità.

 

La trama, l'ho già scritto, è una soap:  ci sono mogli, mariti, figli, amanti, ci sono i buoni e i brutti e i cattivi, esaurimenti nervosi, ci sono i ricchi con l'azienda di famiglia e i poveri che in quelle attività vengono coinvolti anche loro malgrado. Ma lo spirito che muove la scrittura e i personaggi è ben più solido e ricercato dello spirito di una soap, e lo si sente dietro frasi che sono come segnali, sono come delle boe cui girare attorno, frasi che l'autrice fa dire ai suoi personaggi ma che non sono affatto buttate lì a caso: "Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta"; oppure: "Sei proprio una brava ragazza, povera te."

 

Attraverso il racconto, questa Italia sgangherata la si percepisce viva e pulsante, con le lotte politiche e studentesche, la crisi petrolifera, il femminismo, la rivoluzione anche nel modo di intendere la sessualità. Come vuole il consueto realismo che già si fa notare nei primi due volumi, qui si va dalla fine degli anni sessanta fino alla seconda metà dei settanta, e dunque subentrano gli anni di piombo, e l'avvento dell'informatica.

 

Oltre al realismo cui la Ferrante ci ha già abituato, la scrittura assume una maggiore solidità che ne fa il libro  più concreto e piacevole dei tre fin qui letti. Sarà perché i personaggi sono ormai adulti, o perché i preamboli sono finiti e si inizia a tirare le fila di quanto proposto nei volumi precedenti, o forse ancora perché si vedono ampliare gli orizzonti delle protagoniste. In un romanzo, il concepire la vita come un continuo divenire è la scoperta dell'acqua calda, ma qui si cerca di sviscerare maggiormente l'idea del divenire, del diventare attraverso gli anni. Diventare qualcosa, o qualcuno. Per poter dire se questo approfondimento è ben riuscito, beh, questo dipende dalla sensibilità di ogni lettore. Per quanto mi riguarda, trovo abbia funzionato discretamente bene.

 

Inizio a capire il successo di questa serie: è facile rispecchiarsi e riconoscersi in questa concretezza, riconoscere momenti della propria vita e delle proprie esperienze, immedesimandosi ora in una delle due amiche, ora nell'altra, comunque le due messe assieme riescono a esporre un campionario di vita vissuta davvero vasto. Attraverso entrambe si esprime la fatica di trovare la propria dimensione oltre che la propria strada, e questa è una cosa molto contemporanea, nonostante il racconto si svolga durante gli anni settanta.

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