Vita del personaggio
immaginario Arnau Estanyol, che nasce figlio di servi della gleba nella
Catalogna del 1321, fino al 1384 nel
giorno dell'inaugurazione della Chiesa di Santa Maria del Mar, attraversando
una straordinaria parabola di peripezie. A parte Arnau con le sue vicende,
protagonista è certamente la città di Barcellona, ricostruita in modo molto
realistico - niente di oscuramente gotico come potrebbe far ritenere la
copertina, niente di ridanciano come si potrebbe pensare a volte quando si
immagina la Spagna. La chiesa di Santa Maria del Mar, in costruzione proprio
durante gli anni della vita del protagonista, è una presenza costante, è molto
più di una semplice immagine di sfondo, che lo accompagnerà lungo il corso
degli anni. Questo Arnau assomiglia al principe Mosè interpretato da Charlton
Heston nel film kolossal 'I dieci comandamenti': forte, bello, talmente retto
nella sua umanità da mettersi a proprio agio in qualsiasi classe sociale o
congiuntura, in qualsiasi sorte - da
quella più avversa a quella che lo innalza al di sopra di tutto e di tutti - e
in fin dei conti va bene anche così, una volta ogni tanto ci vuole, una lettura
con un eroe tutto positivo. Un romanzo storico piacevole, certamente
consigliabile, in cui si trovano pregi, ci si concede qualche piccola banalità
e alcuni difetti.
Voto quattro stelle
per tutto quanto riguarda l'ambientazione storica che è interessante,
avvincente e coinvolgente. Seguendo la struttura dell'intreccio, il discorso
storico si argomenta per sezioni tematiche e illustra il tardo medioevo in
maniera esaustiva e quasi didattica, per voce sia del narratore che dei
protagonisti stessi: le leggi, gli usi e le consuetudini, la vita quotidiana
dei contadini, la schiavitù nelle campagne e la vita al castello, con il
vassallo ed il suo strapotere sulla vita dei servi della gleba; i cibi, gli
abiti dei poveri e gli abiti dei ricchi; il fermento nella città che con i
cantieri, gli artigiani, i banchieri e le corporazioni inizia a configurarsi
come qualcosa di assolutamente inedito, ed ancora le guerre tra sovrani e tra
signori, i trovatori che raccontano le gesta dei grandi eroi, l'odio e la
discriminazione nei confronti degli ebrei e tanto altro ancora, il tutto
descritto con bravura e semplicità.
Lo stile di questo
autore e l'intreccio di questo romanzo storico mi hanno ricordato 'L'Assiro' di
Guild che ho letto un anno fa. Osservo comunque alcune banalità per quanto
riguarda la trama, i protagonisti e i dialoghi: ad esempio la nettissima
separazione tra buoni e cattivi; una esagerata gentilezza e affettuosità degli
adulti nei confronti dei ragazzini (in un'epoca in cui ho idea che i bambini
fossero considerati poco più delle bestie); la esasperante ripetitività del
gesto con cui, ogni volta che uno dei buoni-adulti si rivolge a un ragazzino,
questi gli posa una mano sulla testa per spettinarlo; la formidabile
coincidenza che fa re-incontrare le persone dopo oltre vent'anni… e anche il
finale, non mi è dispiaciuto ma l'ho trovato un tantino prevedibile.
Nel protagonista
Arnau c'è una consapevolezza di sé e del proprio diritto alla dignità e al
rispetto in quanto essere umano, un anelito alla emancipazione che stride un
po' con il suo essere un umile contadino
servo della gleba del basso medioevo. Va bene il carattere forte, ma questo
livello di consapevolezza è condito in salsa un po' troppo contemporanea per il
contesto in cui dovrebbe ambientarsi. Questo è un errore comune in molti
romanzi storici, mi ricordo di avere scritto qualcosa di simile commentando 'La
ragazza di Ratisbona' di Silvia Di Natale: per cercare di caratterizzare il
proprio personaggio, lo scrittore gli affibia dei pensieri e delle prese di
posizione un po' al di fuori del proprio tempo e finisce per farlo apparire un
po' troppo avanti. Curiosamente, in questo romanzo di Falcones sono proprio i
personaggi femminili che, anche se non particolarmente approfonditi, risultano
psicologicamente più plausibili, nella passività con cui accettano il proprio
destino e nello stupore con cui imparano a conoscere aspetti di sé stesse che
per noi donne e uomini del ventunesimo secolo sono piuttosto scontati.
Infine, una nota di
demerito alla scrittura: capita di trovare frasi letteralmente sconnesse dal
punto di vista logico e grammaticale, non saprei dire se per colpa della
traduzione, o dello scrittore stesso, o di tutt'e due, ma in ogni caso di
sicuro colpa di una mancata revisione del testo.
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