Sono
combattuta sul giudizio da esprimere e su come esprimerlo: si tratta di un
libro difficile, strutturato e profondo? Oppure di una grossa e grossolana
operazione commerciale? Ci sono motivi a favore dell'una e dell'altra
argomentazione ma… il fatto di averlo letto in buona parte contro voglia,
depone pesantemente a favore della seconda ipotesi. In questo libro qualcosa
c'è, le parole hanno una loro effettiva bellezza, ma tutto l'insieme mi è
risultato così terribilmente greve.
Protagonista
è un ragazzino di nove anni di nome Oskar, un incrocio tra il giovane Holden di
Salinger; Christopher Boone protagonista de 'Lo strano caso del cane ucciso a
mezzanotte' di Haddon; il giovane Marcus di Hornby in 'Un ragazzo'. Capita spesso di
leggere nei commenti di come un certo libro venga etichettato come una
scimmiottatura de 'Il giovane Holden'. Ebbene, per me la scopiazzata di
Salinger si trova in questo romanzo. Come 'Il giovane Holden' è surreale, e
come Salinger questo autore pare concentrato a dimostrare e sottolineare
l'originalità di tutto ciò che il protagonista dice o fa.
Seguendo
i pensieri e le memorie di Oskar, il lettore apprende che si tratta di un
bambino forse non proprio autistico ma che frequenta comunque una classe con
altri bambini disagiati, e che lui stesso ha tutte le difficoltà derivanti
dall'aver subito un forte trauma. Quando trova una chiave tra gli oggetti del
padre, morto nell'attacco alle torri gemelle, Oskar inizia una ricerca per
trovare cosa apre quella chiave: sia per continuare un gioco alla caccia al
tesoro che faceva con il padre fino al giorno prima del disastro, sia perché
sente il bisogno di fare qualcosa per non restare fermo nel dolore: "Più o
meno era così che mi sentivo quando ho deciso di andare da tutte le persone di
New York che si chiamavano Black. Anche se era relativamente insignificante,
era qualcosa, e io avevo bisogno di fare qualcosa, come gli squali che se non
nuotano muoiono".
La
madre compare poco nella vita del bambino: non che l'autore se ne sia
dimenticato, e non è nemmeno una madre snaturata, è volutamente lasciata
nell'ombra per mantenere la concentrazione sul ragazzino. Questo dettaglio
rappresenta uno degli aspetti positivi della lettura, la delicatezza con cui la
madre compare pur senza comparire veramente, è cosa degna di nota. Altri
protagonisti del racconto sono il nonno e la nonna, emigrati dalla Germania in
America, attraverso le cui voci si apprende non soltanto la loro storia
personale ma anche il 'background' familiare e culturale del piccolo Oskar.
Per
svolgere questa inconsueta caccia al tesoro, Oskar va dunque alla ricerca di
tutti coloro che a New York si chiamano 'Black', e fa così conoscenza con
numerose persone: la presenza di questi personaggi aggiuntivi dovrebbe essere
una girandola variopinta di umanità varia e invece sono solo piccole figure
opache con piccole storie personali insignificanti e appena accennate.
Nell'insieme, protagonisti e personaggi secondari sono tutti surreali e/o
improbabili ma, a differenza di quanto mi è capitato in altri libri, di
un'improbabilità che non ho gradito: a tratti sembra di leggere la
sceneggiatura de 'I Simpson'.
E' un
libro che vuole parlare del dolore, e intende farlo in modo indiretto visto che
sceglie di farlo attraverso le parole di un bambino, cioè attraverso un
soggetto che, per sua definizione, non è in grado di spiegarsi ed esprimersi
nella maniera approfondita ed esplicita con cui potrebbe spiegarsi invece un
adulto. In parte ci riesce, ad esprimere questo dolore, alcuni passaggi creano
empatia, ma dal mio punto di vista sarebbe riuscito a farlo meglio se l'autore
non ci avesse messo di mezzo una vicenda così inflazionata come il crollo delle
torri gemelle. A meno che sia stata inserita volutamente per fare leva sul lato
emotivo del lettore, per far leva su una specie di ricatto psicologico - che
già dal giorno dopo si leggeva su tutti i giornali sotto forma di "o con
noi o contro di noi" - perché è
fuori di dubbio che oltre ad essere stata una grande tragedia, la giornata
dell'attacco alle torri gemelle sia stata anche un grande evento mediatico. E
allora qui si ritorna alla mia ipotesi iniziale di una grossa operazione
commerciale. Parlare del crollo torri gemelle (nel racconto del bambino),
affiancandolo alla distruzione di Dresda durante la seconda guerra mondiale
(nelle parole dei nonni), poteva servire a rendere la cosa un po' più
sofisticata, ma anche questo 'abbinamento' non l'ho trovato sufficientemente
approfondito.
Oltre
che libro del dolore e del senso di colpa, è anche un libro delle parole: dette
e non dette, cercate, trovate, parole per gioco o per terapia, non capite,
sospese, scritte, registrate, anzi si descrive da solo a pagina 150:
"…c'erano parole scritte ovunque, riempivano muri e specchi, avevo
arrotolato i tappeti per poter scrivere sui pavimenti, avevo scritto sulle
finestre, e attorno alle bottiglie di vino che ci regalavano ma che non
bevevamo mai, anche quando fa freddo sto sempre in maniche corte perché le mie
braccia sono altri quaderni. Ma ci sono troppe cose da esprimere." E anche
tutto questo parlarsi addosso dei protagonisti non mi convince, l'umorismo
americano non è nelle mie corde. Espressioni usate e abusate come "ciucciami
il calzino" o "mangia il mio merdaiolo", come ho già detto fanno
sì che i dialoghi siano identici a una puntata dei Simpson, non mi rendono il
personaggio più simpatico, e non mi aiutano nemmeno a capirlo meglio.
Il
tema del dolore dell'assenza lo si affronta, è vero, con le parole, cioè
parlandone, e più precisamente parlando del momento della disgrazia, e
mantenendo vivo il ricordo di chi non c'è più anche attraverso gli oggetti e i
piccoli dettagli di un'esistenza. Però trovo che gli americani abbiano un
eccessivo gusto cimiteriale per il necrologio e per il cimelio di qualsiasi
genere. Tutto questo simbolismo attorno agli oggetti del defunto mi ricorda
quei monumentini e pilastrini che si trovano lungo le strade, nei punti dove è
successo un incidente. "Ma l'anima, se esiste, non resta certo lì in riva
alla strada a prendere la polvere" (cito Melania Mazzucco quasi a memoria
in 'Sei come sei', forse non sono le parole esatte ma il concetto è quello).
Fino
ad ora, dunque, il giudizio pende più per il 'greve' che per il 'commovente'
perché non è che qualsiasi cosa uno scriva su quel terribile giorno debba
essere per forza poetica, e il sapere che il protagonista del racconto ha nove
anni non mi è di per sé sufficiente per trovarlo adorabile. Le registrazioni
che il padre lascia nella segreteria telefonica mentre il disastro sta
avvenendo sono di sicuro impatto emotivo (e infatti vengono concesse al lettore
con il contagocce, costituiscono l'unico crescendo) perché sappiamo che è
andata proprio così, qualcuno è riuscito a lasciare messaggi scritti o vocali
nel momento in cui sapeva che non ce l'avrebbe fatta, ma ancora sono
insufficienti per poter dire di avere descritto il dolore.
L'editing
con lettura visiva non è niente di esplosivo, anzi forse finisce per ridurre
l'impatto sul lettore, o comunque io non l'ho amato particolarmente.
Il
difetto maggiore è nella narrazione. Il racconto ha tre voci narranti - Oskar,
il nonno, e la nonna - ma tra di esse io non noto nessuna differenza
stilistica, di timbro, di tono, di linguaggio, di registro, di stile, di
vocaboli. Ammetto che ci possano essere alcune espressioni, alcuni modi di dire
in comune tra i tre, come a sottolineare un qualcosa che si tramanda
all'interno della famiglia, ma certo non una identità espressiva così assoluta.
Sembra non ci siano nemmeno differenze psicologiche tra i tre: le difficoltà,
le manie e le pignolerie che nel bambino rasentano l'autismo, si ritrovano
anche nelle parole del nonno che racconta prima la propria infanzia e poi il
disagio del perdere la parola. Dopo essermi addentrata nella lettura, ci ho messo
un po' per capire cosa non andava, perché è una cosa talmente grossa che per
vederla si rende necessario fare un passo indietro e acquisire un po' di
prospettiva: nessuna differenza, hanno tutti e tre lo stesso tono di allegra
ingenuità, così finto perché così esibito. Ha un suo significato, è l'allegria
ostentata di chi cova dolore e non riesce a esprimerlo. Ma non è sufficiente
sottolineare più volte che il bambino è affetto da autolesionismo ("mi
faccio dei lividi" o "la mamma […] deve aver visto i miei
lividi"), parla dei lividi come se fossero trofei, e il dolore intanto
rimane congelato lì, non si scioglie, sospeso come un lampadario, solo energia
potenziale e inespressa. E nonostante tutto, questa allegra ingenuità con cui i
tre protagonisti cercano di esprimersi mi è piaciuta, farcita di parole eppure
fatta di semplicità, fatta di prendere la vita alla giornata: ho proprio
cercato di sentirla e farla mia, ho
cercato di trascendere la goffa finzione ma non mi è riuscito di arrivarci del
tutto. Mi è piaciuto anche l'incastro, il modo in cui i piccoli dettagli,
oggetti e parole, alla fine sembrano tornare al loro posto. Rimango un po' al
di sotto delle tre stelle, a significare che si tratta di una lettura che non
consiglierei.
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