Mi occorreva una storiella facile
facile, un po' scema e un po' sdolcinata. E l'ho trovata, in questo senso
potrei anche reputarmi soddisfatta. Un remake della fiaba de La sirenetta in
salsa di conflitto iracheno post Saddam.
Però ho anche trovato una discreta
sfilza di stereotipi. Leggendo note e ringraziamenti, il libro sembra essere
stato scritto con le migliori intenzioni: consultando e utilizzando una
pluralità di fonti che non lascerebbero pensare alla classica americanata. La
scrittura è semplice ma non povera, gli spunti per qualche riflessione e
discussione in ogni caso non mancano. Forse l'effetto banalizzazione nasce del
fatto che l'autrice ha voluto o dovuto condensare in pochi personaggi tanti
tipi e generi di storie e informazioni - in maniera non dissimile da quello che
ha fatto Hosseini in "Mille splendidi soli"- perché se si vuole
parlare di banalità anche Hosseini non è che ne sia del tutto scevro, eppure ha
molto più successo e recensioni di questa sconosciuta Gallaway. La trama, più
che essere banale, direi che si rifa' ad uno schema collaudato: raccontare una
storia d'amore tra due personaggi appartenenti alle opposte fazioni, usandola
come pretesto per descrivere uno scenario di guerra, da Omero in poi è una
struttura riproposta in ogni dove, anche a guardare soltanto nella mia povera
libreria di storie con questo impianto se ne conteranno a dozzine, e direi che
ne sono venute anche cose più che buone. Gli stereotipi in questa storia si fanno
notare più che altro in certi dettagli dei personaggi, dei dialoghi e delle
situazioni, e nelle formidabili coincidenze ambientate in una città che
dovrebbe essere una specie di formicaio ma dove sembra che a decidere le sorti
della guerra siano solo in tre o quattro persone: l'idea di base era buona,
perde clamorosamente quota nel corso dello sviluppo.
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