domenica 22 novembre 2015

Un anno sull'Altipiano - Emilio Lussu


Quest'anno in cui ne ricorre l'anniversario, troppe stupidate sono state dette e scritte sulla Grande Guerra. Provo già fastidio scriverla così, con le maiuscole come se uno le riconoscesse una certa dignità mentre la guerra non è mai degna di niente, e con quell'aggettivo 'grande' che nel parlare comune ha un significato tutto sommato positivo, e allora bisognerebbe usare ben altro aggettivo quando si dice "grande guerra" per menzionare una disastrosa e immane tragedia, o anche quando si dice "i grandi della terra" semplicemente per menzionare una ipocrita riunione di politicanti o una accolita di avidi fannulloni.

 

Nelle parole di Lussu, invece, la semplicità dello stile e dei concetti si contrappone nettamente ai paroloni e ai parolai della retorica del patriottismo. Certamente 5/5 al valore della testimonianza; 4/5 alla scrittura e alla struttura del racconto, senza voler nulla togliere al valore intrinseco dell'opera.

 

Lo stile franco, asciutto e pacato lo accomuna molto a Rigoni Stern (oltre, ovviamente, al fatto di trattare lo stesso genere di evento). C'è una certa somiglianza anche con 'L'armata a cavallo' di Babel':  vengono narrati gli episodi di guerra in ordine cronologico, vissuti dall'autore sull'altipiano di Asiago dal Maggio 1916 al Luglio 1917: gli assalti, i momenti di riposo, alcuni dialoghi con questo o quell'ufficiale, le morti dei vecchi commilitoni e le conoscenze dei nuovi. Pur non essendovi un vero e proprio intreccio, nell'arco temporale di un anno - e di duecento pagine scarse - si fa comunque in tempo ad assistere all'apertura e chiusura di un ciclo, con alcuni protagonisti che ritornano, alcune situazioni che maturano e altre che rimangono immutate.

Ciò di cui il lettore sente il bisogno dopo questa lettura è ovviamente porsi delle domande: perché è accaduto tutto questo? Nelle parole di Lussu si fanno accenni generici ai perché e ai percome, nelle parole degli ufficiali si rincorrono discorsi di estrema attualità: i sacrifici da fare in nome della difesa della democrazia e della libertà, ecc. ecc.; a parte questo, l'anno scorso avevo letto 'Le quattro ragazze Wieselberger' della Cialente che dal suo punto di vista triestino offre un ottimo quadro generale dell'Italia e dell'Europa dell'epoca.

 

Fedeltà e semplicità sono tra i principali pregi del resoconto ma sono anche il suo punto debole dal momento in cui lo appesantiscono di una certa ripetitività: plotoni, battaglioni, cannoni, granate, mitragliatrici e maggiori capitani colonnelli comandanti caporali dopo un po' ho iniziato a confonderli. Il fraseggio molto spezzettato e con tante virgole non è molto di mio gusto, mi ha tolto scorrevolezza alla lettura.

E' un quadro dipinto a tinte molto vive ma con estrema compostezza. I principali protagonisti sono il cognac e la follia - non tanto la follia della guerra quanto la pazzia delle persone che vi hanno preso parte. Non si sente forte l'odore della paura, si vedono poco sangue e poche ferite, i morti sono solo soldati che semplicemente si accasciano su sé stessi, i feriti sono comparse un po' sfuocate ma solo in rari momenti arrivano ad ingombrare gli spazi angusti delle trincee. L'autore ironizza in modo squisito sull'assurdità della guerra, di certe situazioni e di certi comandi, trasmette perfettamente le sue difficoltà e anche il suo impegno a mantenere fermezza e freddezza durante quella terribile esperienza; tutto questo senza farsi travolgere da paure ed emotività, e non indugia nemmeno più di tanto sui disagi materiali e concreti della vita di trincea, si accenna appena al freddo e al colera, i pidocchi nemmeno vengono nominati con il loro nome. Esprime le sue considerazioni sui turni di trincea in modo assolutamente razionale: "Malgrado tutto, non erano peggiori della vita che, ogni giorno e in tempi normali, conducono milioni di minatori nei grandi bacini minerari d'Europa". Il discorso non fa una grinza, eppure io resto convinta che non siano stati solo gli assalti a fare impazzire tanti soldati, ma anche il vedersi a trascorrere le ore -  e poi i giorni e i mesi e infine gli anni - stesi in un fosso.

Le fugaci immagini della montagna, del bosco e della natura (ad esempio la scena dei due scoiattoli che si rincorrono sul tronco di un abete) anticipano quello che in maniera un po' più pomposa si ritroverà nella Némirovsky: l'immagine della natura che continua a fare il suo corso, con la sua flora e la sua fauna e le sue stagioni, impassibile e indifferente alla carneficina degli uomini.

Mi è piaciuto perché, come dicevo all'inizio, in tempi di paroloni si sente proprio il bisogno di un racconto asciutto e anti-retorico; non arrivo a dare le cinque stelle piene perché è talmente asciutto da risultare talvolta asettico. La compostezza e la pacatezza delle parole e dei gesti che questo racconto descrive non possono essere del tutto realistiche, penso siano più che altro frutto del sedimentarsi dei ricordi nel corso degli anni. I momenti di emotività ci sono, ma sono così rari e composti che bisogna proprio cercarli ed estrapolarli, sottolinearli e rileggerli. Forse è grazie a questa loro rarità che assumono un valore anche maggiore. 

"Il capitano stette sull'attenti finché il generale non scomparve. Rimasto solo con noi, si sedette e pianse tutta la notte, senza riuscire a pronunziare una parola."

"Impiegammo tutta la notte per ritirare i feriti e i morti, e quando, finito l'appello dei presenti, Santini ed io ci scambiammo qualche parola, facemmo entrambi uno sforzo per non buttarci uno nelle braccia dell'altro." Non è una lettura per ragazzi e non è una lettura leggera, richiede una elevata concentrazione e riflessione per percepire la forza di queste scene, la drammaticità di un pianto silenzioso che dura tutta una notte in luogo di un grido sguaiato, l'emotività nel desiderio trattenuto di un abbraccio fraterno al posto della fratellanza esageratamente esibita che siamo abituati a vedere nei film, o ancora un corpo che semplicemente si ripiega su sé stesso al posto di una tonnellata di sangue e budella.

 

A fianco del tema della follia, non mancano le riflessioni sugli episodi di ammutinamento e di diserzione; e soprattutto una splendida epifania nel momento in cui si scopre essere il nemico un essere umano esattamente come l'amico: grazie ad un insperato posto di osservazione, l'autore riesce per la prima volta a sbirciare dentro le trincee nemiche e gli pare di scoprire un mondo sconosciuto, vede i soldati al momento della distribuzione del caffè del mattino e si rende finalmente conto che gli austriaci sono uomini proprio come lui e i suoi compagni, ed inizia così la sua riflessione su quel processo psicologico che porta un soldato o ufficiale che sia, a praticare una distinzione tra il fare la guerra e l'assassinare un uomo: sono due cose distinte o non sono piuttosto la stessa cosa?

 

E' significativo il passaggio della prefazione in cui Lussu sottolinea come di libri su questa guerra non ce ne siano affatto, e come questo rappresenti un'eccezione perché è nato in primo luogo grazie ad un periodo di immobilità forzata: sembra come voler ribadire un sentimento che è facile da intuire quando si parla di guerra, sopravvissuti, superstiti, reduci:  chi c'era, subito dopo non ha avuto una gran voglia di raccontare. E dunque ben venga questa importante testimonianza, anche se influenzata dall'effetto del trascorrere degli anni. Non solo da leggere ma soprattutto da rileggere.

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