Quest'anno
in cui ne ricorre l'anniversario, troppe stupidate sono state dette e scritte
sulla Grande Guerra. Provo già fastidio scriverla così, con le maiuscole come
se uno le riconoscesse una certa dignità mentre la guerra non è mai degna di
niente, e con quell'aggettivo 'grande' che nel parlare comune ha un significato
tutto sommato positivo, e allora bisognerebbe usare ben altro aggettivo quando
si dice "grande guerra" per menzionare una disastrosa e immane
tragedia, o anche quando si dice "i grandi della terra" semplicemente
per menzionare una ipocrita riunione di politicanti o una accolita di avidi
fannulloni.
Nelle
parole di Lussu, invece, la semplicità dello stile e dei concetti si
contrappone nettamente ai paroloni e ai parolai della retorica del
patriottismo. Certamente 5/5 al valore della testimonianza; 4/5 alla scrittura
e alla struttura del racconto, senza voler nulla togliere al valore intrinseco
dell'opera.
Lo
stile franco, asciutto e pacato lo accomuna molto a Rigoni Stern (oltre,
ovviamente, al fatto di trattare lo stesso genere di evento). C'è una certa
somiglianza anche con 'L'armata a cavallo' di Babel': vengono narrati gli episodi di guerra in
ordine cronologico, vissuti dall'autore sull'altipiano di Asiago dal Maggio
1916 al Luglio 1917: gli assalti, i momenti di riposo, alcuni dialoghi con
questo o quell'ufficiale, le morti dei vecchi commilitoni e le conoscenze dei
nuovi. Pur non essendovi un vero e proprio intreccio, nell'arco temporale di un
anno - e di duecento pagine scarse - si fa comunque in tempo ad assistere
all'apertura e chiusura di un ciclo, con alcuni protagonisti che ritornano,
alcune situazioni che maturano e altre che rimangono immutate.
Ciò di
cui il lettore sente il bisogno dopo questa lettura è ovviamente porsi delle
domande: perché è accaduto tutto questo? Nelle parole di Lussu si fanno accenni
generici ai perché e ai percome, nelle parole degli ufficiali si rincorrono
discorsi di estrema attualità: i sacrifici da fare in nome della difesa della
democrazia e della libertà, ecc. ecc.; a parte questo, l'anno scorso avevo
letto 'Le quattro ragazze Wieselberger' della Cialente che dal suo punto di
vista triestino offre un ottimo quadro generale dell'Italia e dell'Europa
dell'epoca.
Fedeltà
e semplicità sono tra i principali pregi del resoconto ma sono anche il suo
punto debole dal momento in cui lo appesantiscono di una certa ripetitività:
plotoni, battaglioni, cannoni, granate, mitragliatrici e maggiori capitani
colonnelli comandanti caporali dopo un po' ho iniziato a confonderli. Il
fraseggio molto spezzettato e con tante virgole non è molto di mio gusto, mi ha
tolto scorrevolezza alla lettura.
E' un
quadro dipinto a tinte molto vive ma con estrema compostezza. I principali
protagonisti sono il cognac e la follia - non tanto la follia della guerra
quanto la pazzia delle persone che vi hanno preso parte. Non si sente forte
l'odore della paura, si vedono poco sangue e poche ferite, i morti sono solo
soldati che semplicemente si accasciano su sé stessi, i feriti sono comparse un
po' sfuocate ma solo in rari momenti arrivano ad ingombrare gli spazi angusti
delle trincee. L'autore ironizza in modo squisito sull'assurdità della guerra,
di certe situazioni e di certi comandi, trasmette perfettamente le sue
difficoltà e anche il suo impegno a mantenere fermezza e freddezza durante
quella terribile esperienza; tutto questo senza farsi travolgere da paure ed
emotività, e non indugia nemmeno più di tanto sui disagi materiali e concreti
della vita di trincea, si accenna appena al freddo e al colera, i pidocchi
nemmeno vengono nominati con il loro nome. Esprime le sue considerazioni sui
turni di trincea in modo assolutamente razionale: "Malgrado tutto, non
erano peggiori della vita che, ogni giorno e in tempi normali, conducono
milioni di minatori nei grandi bacini minerari d'Europa". Il discorso non
fa una grinza, eppure io resto convinta che non siano stati solo gli assalti a
fare impazzire tanti soldati, ma anche il vedersi a trascorrere le ore - e poi i giorni e i mesi e infine gli anni -
stesi in un fosso.
Le
fugaci immagini della montagna, del bosco e della natura (ad esempio la scena
dei due scoiattoli che si rincorrono sul tronco di un abete) anticipano quello
che in maniera un po' più pomposa si ritroverà nella Némirovsky: l'immagine
della natura che continua a fare il suo corso, con la sua flora e la sua fauna
e le sue stagioni, impassibile e indifferente alla carneficina degli uomini.
Mi è
piaciuto perché, come dicevo all'inizio, in tempi di paroloni si sente proprio
il bisogno di un racconto asciutto e anti-retorico; non arrivo a dare le cinque
stelle piene perché è talmente asciutto da risultare talvolta asettico. La
compostezza e la pacatezza delle parole e dei gesti che questo racconto
descrive non possono essere del tutto realistiche, penso siano più che altro
frutto del sedimentarsi dei ricordi nel corso degli anni. I momenti di
emotività ci sono, ma sono così rari e composti che bisogna proprio cercarli ed
estrapolarli, sottolinearli e rileggerli. Forse è grazie a questa loro rarità
che assumono un valore anche maggiore.
"Il
capitano stette sull'attenti finché il generale non scomparve. Rimasto solo con
noi, si sedette e pianse tutta la notte, senza riuscire a pronunziare una
parola."
"Impiegammo
tutta la notte per ritirare i feriti e i morti, e quando, finito l'appello dei
presenti, Santini ed io ci scambiammo qualche parola, facemmo entrambi uno
sforzo per non buttarci uno nelle braccia dell'altro." Non è una lettura
per ragazzi e non è una lettura leggera, richiede una elevata concentrazione e
riflessione per percepire la forza di queste scene, la drammaticità di un
pianto silenzioso che dura tutta una notte in luogo di un grido sguaiato,
l'emotività nel desiderio trattenuto di un abbraccio fraterno al posto della
fratellanza esageratamente esibita che siamo abituati a vedere nei film, o
ancora un corpo che semplicemente si ripiega su sé stesso al posto di una
tonnellata di sangue e budella.
A
fianco del tema della follia, non mancano le riflessioni sugli episodi di
ammutinamento e di diserzione; e soprattutto una splendida epifania nel momento
in cui si scopre essere il nemico un essere umano esattamente come l'amico:
grazie ad un insperato posto di osservazione, l'autore riesce per la prima
volta a sbirciare dentro le trincee nemiche e gli pare di scoprire un mondo
sconosciuto, vede i soldati al momento della distribuzione del caffè del
mattino e si rende finalmente conto che gli austriaci sono uomini proprio come
lui e i suoi compagni, ed inizia così la sua riflessione su quel processo
psicologico che porta un soldato o ufficiale che sia, a praticare una
distinzione tra il fare la guerra e l'assassinare un uomo: sono due cose
distinte o non sono piuttosto la stessa cosa?
E'
significativo il passaggio della prefazione in cui Lussu sottolinea come di
libri su questa guerra non ce ne siano affatto, e come questo rappresenti
un'eccezione perché è nato in primo luogo grazie ad un periodo di immobilità
forzata: sembra come voler ribadire un sentimento che è facile da intuire
quando si parla di guerra, sopravvissuti, superstiti, reduci: chi c'era, subito dopo non ha avuto una gran
voglia di raccontare. E dunque ben venga questa importante testimonianza, anche
se influenzata dall'effetto del trascorrere degli anni. Non solo da leggere ma
soprattutto da rileggere.
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