venerdì 11 dicembre 2015

Treno di notte per Lisbona - Pascal Mercier


L'ho scelto perché affascinata dal titolo, estremamente suggestivo e quanto mai adatto per queste buie serate di dicembre, senza alcuna idea di cosa vi avrei trovato all'interno. Una lettura originale e impegnativa, qualitativamente sostanziosa e in cui è piacevole addentrarsi e anche tornare indietro con le pagine per rileggere meglio qualche passaggio. Vi sono somiglianze con Kundera, per il modo in cui la filosofia si mescola al romanzo; con il Pereira di Tabucchi per via di una tribolazione psicologica con relativa rinascita; con "L'ombra del vento" di Zafon per via delle atmosfere di antiche biblioteche e librerie polverose.

Vi si trovano due libri in uno. Il primo è la storia del cinquantasettenne Raimund Gregorius, dotto professore di un liceo di Berna che improvvisamente e per la prima volta nella sua vita decide di seguire il proprio istinto, e così d'impulso salirà sul treno di cui al titolo per andare alla scoperta di un misterioso personaggio, Amadeu Inacio de Almeida Prado: sarà una vera e propria indagine, un'istruttoria con una carrellata di testimoni che raccontano, e attraverso le loro voci prenderà vita questo personaggio complesso, Mercier (alias Peter Bieri) costruisce così in maniera indiretta un ritratto completo del suo secondo protagonista. Ovviamente, al viaggio vero e proprio di Gregorius, corrisponde anche un viaggio metaforico tra i propri ricordi e alla ricerca di sé stesso. Il secondo libro nel libro è l'opera di questo fantomatico Prado: medico, intellettuale, enfant prodige, di nobili origini e attivista nella resistenza portoghese contro il regime di Salazar. Il suo scritto si compone di una raccolta di dissertazioni filosofiche che prendono spunto dalle sue esperienze autobiografiche e che l'autore propone poco per volta, di man in mano che Gregorius stesso le legge.  Un personaggio avvincente per quanto contraddittorio, il che lo rende per certi aspetti ancor più realistico.

Il punto di contatto tra i due, nonostante le tante differenze caratteriali, è rappresentato dal loro amore per la cultura e per il sapere, da una identità di vedute sul mondo che li circonda, e hanno anche una certa affinità nella malattia.

Ho trovato tutta questa struttura originale e a suo modo affascinante, anche se a tratti un po' lenta. Occorre portare un poco avanti la lettura per entrare in sintonia con lo scrittore e con i personaggi, per scrollarsi di dosso la sensazione di un carattere un po' fatalista e un po' new age nei comportamenti apparentemente irrazionali del protagonista e per trovare un ritmo nella narrazione. All'inizio sembra tutta una faccenda sconclusionata ma riflettendo meglio è impossibile non immedesimarsi - non certo immedesimarsi nel personaggio in toto, ma almeno in qualcuna delle sue sensazioni e riflessioni ed esperienze. Bella anche la parte descrittiva: nei colori dei cieli e dei paesaggi visti dal finestrino, nelle luci sfuocate dei lampioni e nelle finestre illuminate di notte, c'è davvero tutta l'atmosfera del viaggio in treno.

I temi toccati dalle dissertazioni filosofiche di Prado - abbinate all'indagine e alle esperienze personali di Gregorius - sono tantissimi, riguardano la sfera della vita sociale e intima, la religione e l'intelletto, l'amicizia e la lealtà, la professione, la giustizia e la dittatura, il rapporto genitori-figli, il senso di colpa e il senso di inadeguatezza, l'incomunicabilità con le persone più prossime, insomma è un compendio filosofico a trecentosessanta gradi.

Le pecche emergono di man in mano che ci si avvicina al finale: il gioco di atmosfere e palcoscenici artefatti inizia a risultare un po' lungo e anche un po' kitsch - proprio quel concetto in presenza del quale il personaggio Prado diventa persino intollerante, proprio quella parola verso la quale egli si scaglia sempre con veemenza: mi chiedo se sia un effetto voluto, se sia un gioco di specchi studiato ad arte dall'autore o se sia un'autoironia involontaria. In ogni caso, si sente la mancanza di un vero e proprio crescendo; tuttavia la storia è originale e rimane viva la curiosità di sapere dove andrà a parare l'autore.



Il finale invece è piatto e un po' fumoso, non c'è una vera epifania nella storia di Gregorius, né tantomeno in quella di Prado. E se c'era, io non l'ho colta. Le ultime note di Prado sono del tutto enigmatiche, entrambi i personaggi hanno avuto la possibilità di una svolta ma per motivi diversi non l'hanno messa in pratica.  E in modo particolare per quanto riguarda tutta l'indagine compiuta da Gregorius, mi chiedo: si è trattato solo di un gioco a cui lui stesso, sotto sotto, non attribuisce alcuna importanza? E' pur vero che durante tutto il libro l'autore profonde impegno per spiegare che la vita, i rapporti, i sentimenti e le sensazioni sono solo illusioni, il ritmo della nostra esistenza è dettato dal caso, e che le svolte decisive derivano da momenti insignificanti che non hanno nessuna detonazione… però al temine della lettura almeno 'il senso' della svolta doveva pur esserci, e invece niente.

Potrei votare quattro stelle per le belle ambientazioni e perché credo che nel complesso serberò un buon ricordo di questa lettura; però mi resta il fastidio di un finale buttato via: se uno sta suonando le 'Variazioni Goldberg' di Bach o le 'Sonate' di Schubert (entrambe le opere compaiono più volte citate nel corso del racconto) non può permettersi di stiracchiare le note delle ultime battute con l'aria di dire "vabbè, dai, tanto ormai abbiamo finito", quindi il voto non può andare oltre tre e mezza.

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