L'ho
scelto perché affascinata dal titolo, estremamente suggestivo e quanto mai
adatto per queste buie serate di dicembre, senza alcuna idea di cosa vi avrei
trovato all'interno. Una lettura originale e impegnativa, qualitativamente
sostanziosa e in cui è piacevole addentrarsi e anche tornare indietro con le
pagine per rileggere meglio qualche passaggio. Vi sono somiglianze con Kundera,
per il modo in cui la filosofia si mescola al romanzo; con il Pereira di
Tabucchi per via di una tribolazione psicologica con relativa rinascita; con
"L'ombra del vento" di Zafon per via delle atmosfere di antiche
biblioteche e librerie polverose.
Vi si
trovano due libri in uno. Il primo è la storia del cinquantasettenne Raimund
Gregorius, dotto professore di un liceo di Berna che improvvisamente e per la
prima volta nella sua vita decide di seguire il proprio istinto, e così
d'impulso salirà sul treno di cui al titolo per andare alla scoperta di un
misterioso personaggio, Amadeu Inacio de Almeida Prado: sarà una vera e propria
indagine, un'istruttoria con una carrellata di testimoni che raccontano, e
attraverso le loro voci prenderà vita questo personaggio complesso, Mercier
(alias Peter Bieri) costruisce così in maniera indiretta un ritratto completo
del suo secondo protagonista. Ovviamente, al viaggio vero e proprio di
Gregorius, corrisponde anche un viaggio metaforico tra i propri ricordi e alla
ricerca di sé stesso. Il secondo libro nel libro è l'opera di questo
fantomatico Prado: medico, intellettuale, enfant prodige, di nobili origini e
attivista nella resistenza portoghese contro il regime di Salazar. Il suo
scritto si compone di una raccolta di dissertazioni filosofiche che prendono
spunto dalle sue esperienze autobiografiche e che l'autore propone poco per
volta, di man in mano che Gregorius stesso le legge. Un personaggio avvincente per quanto contraddittorio,
il che lo rende per certi aspetti ancor più realistico.
Il
punto di contatto tra i due, nonostante le tante differenze caratteriali, è
rappresentato dal loro amore per la cultura e per il sapere, da una identità di
vedute sul mondo che li circonda, e hanno anche una certa affinità nella
malattia.
Ho
trovato tutta questa struttura originale e a suo modo affascinante, anche se a
tratti un po' lenta. Occorre portare un poco avanti la lettura per entrare in
sintonia con lo scrittore e con i personaggi, per scrollarsi di dosso la
sensazione di un carattere un po' fatalista e un po' new age nei comportamenti
apparentemente irrazionali del protagonista e per trovare un ritmo nella
narrazione. All'inizio sembra tutta una faccenda sconclusionata ma riflettendo
meglio è impossibile non immedesimarsi - non certo immedesimarsi nel
personaggio in toto, ma almeno in
qualcuna delle sue sensazioni e riflessioni ed esperienze. Bella anche la parte
descrittiva: nei colori dei cieli e dei paesaggi visti dal finestrino, nelle
luci sfuocate dei lampioni e nelle finestre illuminate di notte, c'è davvero
tutta l'atmosfera del viaggio in treno.
I temi
toccati dalle dissertazioni filosofiche di Prado - abbinate all'indagine e alle
esperienze personali di Gregorius - sono tantissimi, riguardano la sfera della
vita sociale e intima, la religione e l'intelletto, l'amicizia e la lealtà, la
professione, la giustizia e la dittatura, il rapporto genitori-figli, il senso
di colpa e il senso di inadeguatezza, l'incomunicabilità con le persone più
prossime, insomma è un compendio filosofico a trecentosessanta gradi.
Le
pecche emergono di man in mano che ci si avvicina al finale: il gioco di
atmosfere e palcoscenici artefatti inizia a risultare un po' lungo e anche un
po' kitsch - proprio quel concetto in presenza del quale il personaggio Prado
diventa persino intollerante, proprio quella parola verso la quale egli si
scaglia sempre con veemenza: mi chiedo se sia un effetto voluto, se sia un
gioco di specchi studiato ad arte dall'autore o se sia un'autoironia
involontaria. In ogni caso, si sente la mancanza di un vero e proprio
crescendo; tuttavia la storia è originale e rimane viva la curiosità di sapere
dove andrà a parare l'autore.
Il
finale invece è piatto e un po' fumoso, non c'è una vera epifania nella storia
di Gregorius, né tantomeno in quella di Prado. E se c'era, io non l'ho colta.
Le ultime note di Prado sono del tutto enigmatiche, entrambi i personaggi hanno
avuto la possibilità di una svolta ma per motivi diversi non l'hanno messa in
pratica. E in modo particolare per
quanto riguarda tutta l'indagine compiuta da Gregorius, mi chiedo: si è
trattato solo di un gioco a cui lui stesso, sotto sotto, non attribuisce alcuna
importanza? E' pur vero che durante tutto il libro l'autore profonde impegno
per spiegare che la vita, i rapporti, i sentimenti e le sensazioni sono solo
illusioni, il ritmo della nostra esistenza è dettato dal caso, e che le svolte
decisive derivano da momenti insignificanti che non hanno nessuna detonazione…
però al temine della lettura almeno 'il senso' della svolta doveva pur esserci,
e invece niente.
Potrei
votare quattro stelle per le belle ambientazioni e perché credo che nel
complesso serberò un buon ricordo di questa lettura; però mi resta il fastidio
di un finale buttato via: se uno sta suonando le 'Variazioni Goldberg' di Bach
o le 'Sonate' di Schubert (entrambe le opere compaiono più volte citate nel
corso del racconto) non può permettersi di stiracchiare le note delle ultime
battute con l'aria di dire "vabbè, dai, tanto ormai abbiamo finito",
quindi il voto non può andare oltre tre e mezza.
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