martedì 3 novembre 2015

Persecuzione Il fuoco amico dei ricordi - Alessandro Piperno


Il professor Leo Pontecorvo, stimato oncologo, marito innamorato e padre di famiglia, un giorno si trova improvvisamente accusato di svariati tipi di reati tra cui usura, corruzione, tentativo di adescamento di una minorenne e finanche tentativo di stupro della stessa. Il "fuoco amico dei ricordi"  è la linea di sbarramento che divide il prima dal dopo rispetto questo evento per lui traumatizzante: di là tutta la bella vita di prima; di qua un vasto campionario di stati psicologici devastanti e di svariati tipi di reclusione. E tuttavia la vicenda giudiziaria è solo un pretesto per un'indagine psicologica, il giudizio che il lettore arriverà a farsi alla fine delle lettura è completamente extra-giudiziario. Più che racconto della vicenda giudiziaria è il racconto dei suoi antefatti, delle persone che ruotano attorno ad essa delle sue conseguenze sulle stesse persone. Dunque zero azione, zero trama e anche zero finale visto che è prima parte di un dittico. Tutto sommato mi meraviglio di esserci arrivata in fondo con un certo interesse.

E' un'ondata, una mareggiata di ricordi: penso al termine inglese "driftwood" ma la momento non mi viene in mente il suo corrispondente italiano. Il discorso parte come una raffica di mitra, è scorrevole, colloquiale e discorsivo ma non banale e non eccede nello slang. La scrittura è valida ma niente di memorabile. Buona l'idea di una introspezione psicologica che parta dal racconto della quotidianità (ma la scoperta del "Dio delle piccole cose", dicesi anche scoperta dell'acqua calda, l'ho trovata descritta meglio altrove). Buona anche l'idea della voce narrante che è interna ed esterna al tempo stesso, è come un ulteriore personaggio, esterno alla scena e onnisciente ma per nulla neutrale: a momenti strizza l'occhio e ammicca al lettore, così come in altri momenti rivolge dei cenni o dei motteggi ironici all'indirizzo dei protagonisti delle vicende, oppure li critica e li rimprovera. E' come un monologo che descrivendo i personaggi nei loro gesti e pensieri, arriva pian piano a svelare anche i dettagli riguardo la vicenda giudiziaria. Concordo in parte con chi lo ha definito verboso o prolisso o lezioso. Tutte quelle digressioni che sbucano in continuazione interrompendo la narrazione con "…ad esempio come quella volta che…" oppure "…questa discussione aveva avuto origine quella volta che…" servono certamente a ricostruire parti della vicenda, a ricrearne il contesto, ma in più passaggi danno la netta impressione di essere messe lì per allungare il discorso, per rimpolpare una trama un po' deboluccia - volutamente deboluccia poiché si è scelto di badare agli aspetti psicologici - e per tentare di dare un po' più di spessore a personaggi che non riescono completamente ad emergere dalla pagina scritta come figure a tutto tondo.

 

L'ambientazione di metà anni ottanta risulta un po' forzata: non riuscendo a fargliela sentire direttamente sulla pelle, l'autore deve continuamente ricordare al lettore "a quei tempi si faceva così" o "allora non c'era la tal cosa", "allora andava di moda questa cosa" and so on.

 

Si affronta il tema delle differenze sociali durante quegli anni in cui il benessere economico e il consumismo rivestivano un'importanza tutta particolare nella vita della gente… beh, non che adesso sia cambiata granché. C'è un cast di caratteri tipici dell'italianità che travalica le differenze tra anni ottanta, novanta o zero. Illustrazioni del tutto superflue.

Le somiglianze con Kafka sono evidenti e mi pare inutile sottolinearle, bastino solo per spiegare il titolo: così come "Il processo" e "La metamorfosi", anche questa persecuzione piove sul protagonista senza troppi perché o percome. Buono il modo in cui partendo dall'impianto di questi due famosi capolavori, l'autore lo ripropone caratterizzandolo dell'italianità tipica con cui si condanna in fretta un qualcuno o qualcosa di cui effettivamente non si sa un bel niente.

Evidente quanto l'intera vicenda giudiziaria sia volutamente surreale - per quanto ispirata alla realtà. Piuttosto realistico invece il personaggio di Leo Pontecorvo con il suo lassismo, la sua accidia, la sua vigliaccheria, la sua allergia alla burocrazia e a tutti gli aspetti 'amministrativi' di casa, lavoro e famiglia. Io non concepirei di poter essere così, ma conosco tante persone che sono esattamente così. In alcuni passaggi l'autore tenta anche di sondare un certa spiritualità nel personaggio ma senza riuscirci veramente. 

 

Non c'è dubbio che anche in Kafka il suo essere ebreo abbia a che fare con il tema della persecuzione immotivata.

Per via del fatto che la famiglia descritta è ebrea - non troppo attaccato alla tradizione lui; praticante quasi ortodossa lei - non so bene come inquadrare i passaggi del libro in cui si affrontano tutti i temi relativi agli ebrei e l'ebraismo: il loro senso di appartenenza ad una comunità, il rapporto dell'ebreo di oggi con l'antisemitismo dalla seconda guerra mondiale in poi, il rapporto con Israele e con quelli che si sono trasferiti là, un po' di storia dell'ebraismo romano, le differenze tra gli stessi ebrei più o meno ortodossi, di estrazione più o meno elevata. Tutto questo ampio discorso non viene certo approfondito, ma non posso nemmeno bollarlo come superficiale: forse è inserito esattamente nella giusta dose per metterlo in cornice e dare al lettore una panoramica su di un mondo che non tutti conoscono. Parlando del protagonista, il narratore arriva persino a dire: …"gli sembra di capire ciò che ha sempre detto di non poter capire: l'atteggiamento remissivo con cui così tanti suoi correligionari, qualche decennio fa, si sono lasciati caricare sui vagoni piombati senza batter ciglio. Facendosi trascinare in terre lontane e gelide per essere massacrati come topi. Sì, ora a lui non resta molto altro che lasciarsi massacrare". Mi sono chiesta se l'inserimento di una tale osservazione non fosse eccessivo, se non fosse un parallelo fuori luogo. Però ripensando a "I sommersi e i salvati" di Levi - siamo su ben altre vette, per carità - devo riconoscere che anche lì le spiegazioni più convincenti e illuminanti sono di tipo esclusivamente psicologico. E allora mi convinco che forse questo è il passaggio cruciale del libro: gli eventi occorsi al singolo ebreo Leo Pontecorvo possono essere una rappresentazione in scala degli eventi ben più grandi e ben più gravi di quarant'anni prima. Egli non ha commesso il reato di cui viene accusato, ma non riesce più a discolparsi, ha troppo atteso per aprire gli occhi, e soprattutto riconosce di avere comunque delle colpe, non certo per quel che non ha commesso ma per quelli che sono i suoi difetti, la sua ingenuità, la sua remissività e la sua accidia. E rendendosi conto di queste cose, quasi quasi sente di meritarsi ugualmente una punizione.

 

Si lascia leggere ma nulla di più; se mi venisse posta la fatidica domanda "lo consiglieresti?", credo che risponderei di no. Resta comunque una valutazione parziale in quanto non si tratta di un singolo libro a sé stante ma della prima parte di un dittico, con un finale palesemente e volutamente in sospeso.

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