Il
professor Leo Pontecorvo, stimato oncologo, marito innamorato e padre di
famiglia, un giorno si trova improvvisamente accusato di svariati tipi di reati
tra cui usura, corruzione, tentativo di adescamento di una minorenne e finanche
tentativo di stupro della stessa. Il "fuoco amico dei ricordi" è la linea di sbarramento che divide il prima
dal dopo rispetto questo evento per lui traumatizzante: di là tutta la bella
vita di prima; di qua un vasto campionario di stati psicologici devastanti e di
svariati tipi di reclusione. E tuttavia la vicenda giudiziaria è solo un
pretesto per un'indagine psicologica, il giudizio che il lettore arriverà a
farsi alla fine delle lettura è completamente extra-giudiziario. Più che
racconto della vicenda giudiziaria è il racconto dei suoi antefatti, delle
persone che ruotano attorno ad essa delle sue conseguenze sulle stesse persone.
Dunque zero azione, zero trama e anche zero finale visto che è prima parte di
un dittico. Tutto sommato mi meraviglio di esserci arrivata in fondo con un
certo interesse.
E'
un'ondata, una mareggiata di ricordi: penso al termine inglese
"driftwood" ma la momento non mi viene in mente il suo corrispondente
italiano. Il discorso parte come una raffica di mitra, è scorrevole,
colloquiale e discorsivo ma non banale e non eccede nello slang. La scrittura è
valida ma niente di memorabile. Buona l'idea di una introspezione psicologica
che parta dal racconto della quotidianità (ma la scoperta del "Dio delle
piccole cose", dicesi anche scoperta dell'acqua calda, l'ho trovata
descritta meglio altrove). Buona anche l'idea della voce narrante che è interna
ed esterna al tempo stesso, è come un ulteriore personaggio, esterno alla scena
e onnisciente ma per nulla neutrale: a momenti strizza l'occhio e ammicca al lettore,
così come in altri momenti rivolge dei cenni o dei motteggi ironici
all'indirizzo dei protagonisti delle vicende, oppure li critica e li
rimprovera. E' come un monologo che descrivendo i personaggi nei loro gesti e
pensieri, arriva pian piano a svelare anche i dettagli riguardo la vicenda
giudiziaria. Concordo in parte con chi lo ha definito verboso o prolisso o
lezioso. Tutte quelle digressioni che sbucano in continuazione interrompendo la
narrazione con "…ad esempio come quella volta che…" oppure
"…questa discussione aveva avuto origine quella volta che…" servono
certamente a ricostruire parti della vicenda, a ricrearne il contesto, ma in
più passaggi danno la netta impressione di essere messe lì per allungare il
discorso, per rimpolpare una trama un po' deboluccia - volutamente deboluccia
poiché si è scelto di badare agli aspetti psicologici - e per tentare di dare
un po' più di spessore a personaggi che non riescono completamente ad emergere
dalla pagina scritta come figure a tutto tondo.
L'ambientazione
di metà anni ottanta risulta un po' forzata: non riuscendo a fargliela sentire
direttamente sulla pelle, l'autore deve continuamente ricordare al lettore
"a quei tempi si faceva così" o "allora non c'era la tal
cosa", "allora andava di moda questa cosa" and so on.
Si
affronta il tema delle differenze sociali durante quegli anni in cui il
benessere economico e il consumismo rivestivano un'importanza tutta particolare
nella vita della gente… beh, non che adesso sia cambiata granché. C'è un cast
di caratteri tipici dell'italianità che travalica le differenze tra anni
ottanta, novanta o zero. Illustrazioni del tutto superflue.
Le
somiglianze con Kafka sono evidenti e mi pare inutile sottolinearle, bastino
solo per spiegare il titolo: così come "Il processo" e "La
metamorfosi", anche questa persecuzione piove sul protagonista senza
troppi perché o percome. Buono il modo in cui partendo dall'impianto di questi
due famosi capolavori, l'autore lo ripropone caratterizzandolo dell'italianità
tipica con cui si condanna in fretta un qualcuno o qualcosa di cui
effettivamente non si sa un bel niente.
Evidente
quanto l'intera vicenda giudiziaria sia volutamente surreale - per quanto
ispirata alla realtà. Piuttosto realistico invece il personaggio di Leo
Pontecorvo con il suo lassismo, la sua accidia, la sua vigliaccheria, la sua
allergia alla burocrazia e a tutti gli aspetti 'amministrativi' di casa, lavoro
e famiglia. Io non concepirei di poter essere così, ma conosco tante persone
che sono esattamente così. In alcuni passaggi l'autore tenta anche di sondare
un certa spiritualità nel personaggio ma senza riuscirci veramente.
Non
c'è dubbio che anche in Kafka il suo essere ebreo abbia a che fare con il tema
della persecuzione immotivata.
Per
via del fatto che la famiglia descritta è ebrea - non troppo attaccato alla
tradizione lui; praticante quasi ortodossa lei - non so bene come inquadrare i
passaggi del libro in cui si affrontano tutti i temi relativi agli ebrei e
l'ebraismo: il loro senso di appartenenza ad una comunità, il rapporto
dell'ebreo di oggi con l'antisemitismo dalla seconda guerra mondiale in poi, il
rapporto con Israele e con quelli che si sono trasferiti là, un po' di storia
dell'ebraismo romano, le differenze tra gli stessi ebrei più o meno ortodossi,
di estrazione più o meno elevata. Tutto questo ampio discorso non viene certo
approfondito, ma non posso nemmeno bollarlo come superficiale: forse è inserito
esattamente nella giusta dose per metterlo in cornice e dare al lettore una
panoramica su di un mondo che non tutti conoscono. Parlando del protagonista,
il narratore arriva persino a dire: …"gli sembra di capire ciò che ha
sempre detto di non poter capire: l'atteggiamento remissivo con cui così tanti
suoi correligionari, qualche decennio fa, si sono lasciati caricare sui vagoni
piombati senza batter ciglio. Facendosi trascinare in terre lontane e gelide
per essere massacrati come topi. Sì, ora a lui non resta molto altro che
lasciarsi massacrare". Mi sono chiesta se l'inserimento di una tale
osservazione non fosse eccessivo, se non fosse un parallelo fuori luogo. Però
ripensando a "I sommersi e i salvati" di Levi - siamo su ben altre
vette, per carità - devo riconoscere che anche lì le spiegazioni più
convincenti e illuminanti sono di tipo esclusivamente psicologico. E allora mi
convinco che forse questo è il passaggio cruciale del libro: gli eventi occorsi
al singolo ebreo Leo Pontecorvo possono essere una rappresentazione in scala
degli eventi ben più grandi e ben più gravi di quarant'anni prima. Egli non ha
commesso il reato di cui viene accusato, ma non riesce più a discolparsi, ha
troppo atteso per aprire gli occhi, e soprattutto riconosce di avere comunque
delle colpe, non certo per quel che non ha commesso ma per quelli che sono i
suoi difetti, la sua ingenuità, la sua remissività e la sua accidia. E
rendendosi conto di queste cose, quasi quasi sente di meritarsi ugualmente una
punizione.
Si
lascia leggere ma nulla di più; se mi venisse posta la fatidica domanda
"lo consiglieresti?", credo che risponderei di no. Resta comunque una
valutazione parziale in quanto non si tratta di un singolo libro a sé stante ma
della prima parte di un dittico, con un finale palesemente e volutamente in
sospeso.
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