Tre
agili racconti che pur narrando episodi ben distinti hanno molto in comune. Il
filo conduttore, come già scritto altrove, può essere la ragione di stato - o a
mio avviso, più in generale, quell'idea della Storia come di uno schiacciasassi
che passa sopra tutto e tutti e macina non solo le vite della plebe ma anche
dei signori e della loro discendenza, i quali signori pur essendo figure di
governo rivestite di una qualche responsabilità, quando si scontrano con
qualcosa di immensamente più grande di loro finiscono per acquisire una certa
aura di innocenza e finanche di merito. Questo concetto, questo filo conduttore
si trova ampiamente ripreso e sviluppato in Rinascimento Privato.
Un
altro elemento di grande rilievo, in comune tra i tre racconti, è l'amore della
Bellonci per le figure storiche ivi descritte: la Bellonci vuole bene per
davvero ai personaggi - alle donne soprattutto, e considerando l'epoca in cui
scriveva le si perdona questo squilibrio -
e riesce a farli rivivere in maniera sorprendente. Sa evocare i fantasmi
che tutti gli appassionati di Storia in qualche modo frequentano e su cui sono
abituati a fantasticare. Anche questa è una discriminante di rilievo per saper
scrivere un buon romanzo (o racconto) storico. Tutti gli storici conoscono bene
le date, i nomi e gli eventi, ma non tutti sanno raccontare con un tale soffio
vitale.
Proseguendo
con gli elementi in comune, protagoniste sono le Signorie dell'Italia
settentrionale durante il Rinascimento. Ancora una volta la Bellonci dimostra e
sottolinea come fosse un'epoca fatta non soltanto di splendori, ricchezze e
bellezze, ma anche di violenze, paure e caos istituzionale - quest'ultima cosa
è forse la più difficile da immaginare, per noi abitanti del ventunesimo secolo
che diamo tante cose per scontate e dovute. Mentre la povertà era patita solo
da una parte della popolazione, il caos e le incertezze sono stati sofferti
dagli appartenenti a tutti i ceti.
Se
letti in ordine inverso, dal terzo al primo, i racconti sono tre episodi in
ordine cronologico.
La
vipera del titolo fa riferimento allo stemma dei Visconti, la cui storia è
raccontata nel terzo racconto: a cavallo tra XIII e XIV sec si assiste alla
nascita delle signorie, quando ancora esse non erano percepite come tali:
sentirsi testimone, anche se indirettamente, di un tale passaggio, è già di per
sé cosa emozionante.
Nel
secondo racconto la Bellonci si porta nel XV secolo a cavallo tra il marchesato
di Mantova e il ducato di Milano, e prendendo a pretesto la storia del mancato
matrimonio tra Dorotea Gonzaga e Galeazzo Maria Sforza, con la pubblicazione di
alcuni documenti e lettere fino al quel momento inediti, oltre ad alcuni
momenti toccanti nel ricostruire la vita dei personaggi, espone lo scacchiere
geo-politico dell'epoca.
Il
primo racconto giunge infine al XVII secolo per mostrare la decadenza della
città di Mantova e del ducato dei Gonzaga: e se da un lato c'è la fedeltà cieca
del cortigiano Striggi che in nome della lealtà verso la casata regnante è in
grado di compiere delitti e perdere sé stesso, d'altro canto il racconto della
Bellonci si riempie di una vena malinconica per la fine di una città e di una
dinastia cui lei, come ho già scritto, deve aver voluto davvero tanto bene per
descriverla in modo così eccezionale, e la pena per un saccheggio che è rimasto
famoso nel corso dei secoli.
Queste
tre storie sono zeppe di nomi e date ma raccontate con la forza e la passione
di un vero romanzo, con una prosa estremamente aggraziata, che utilizza qualche
espressione dell'epoca ma in modo spontaneo senza farne la scimmiottatura,
talmente aggraziata che in alcuni passaggi sa essere prosa e poesia al tempo
stesso. E al di là dell'eleganza ci sono le riflessioni e le spiegazioni delle
congiunture, delle problematiche e dei punti di vista: un tale insieme è meglio
di qualsiasi testo scolastico o didattico. Per la Bellonci, cinque stelle
d'ufficio.
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