sabato 16 gennaio 2016

Furore - John Steinbeck


"Ciò che le radici della vite e degli alberi fruttiferi producono deve andare distrutto per consentire ai prezzi di mantenersi alti; […] Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s'avvicina l'epoca della vendemmia. "

A scuola ci insegnano che l'economia è la scienza che studia il soddisfacimento dei bisogni dell'uomo: peccato che al lato pratico essa risulti essere l'esatto opposto, essa è piuttosto quella disciplina che strolga la maniera di instillare nell'uomo sempre nuovi bisogni e bada a che essi non siano mai soddisfatti sennò il giocattolo che arricchisce i soliti noti sarebbe bell'e che rotto. Ci dicono che l'economia è un motore che fa girare il mondo, e di certo il tentativo di soddisfare i bisogni essenziali è il motore che spinge alla migrazione le masse di persone che sono state messe in difficoltà da quello stesso sistema economico. "Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello".  Come giustamente è stato osservato in altri commenti, legger questo romanzo ha a che fare con la capacità di indignarsi, ma indignarsi per davvero e non solo con un 'mi piace' sul feisbuc.



All'inizio mi sembrava di leggere 'La confraternita dell'uva' di John Fante: stesso tono scanzonato, ci sono le stesse bevute, le stesse mangiate e le stesse vomitate, gli stessi discorsi dei predicatori e i bar tavola calda lungo la strada con il camion parcheggiato fuori  accceso, come in ogni film americano. Ma subito dopo poche pagine il racconto assume ben altro registro, passata la prima impressione tutto diventa molto più pragmatico: i discorsi, il tono, gli argomenti, le situazioni.

La traduzione, come è già stato notato, è vistosamente antiquata, non so se questo mi rappresenti un pregio o un difetto, sta di fatto che a lungo andare ci ho presto gusto.


La narrazione alterna capitoli perfettamente corali a capitoli in cui il narratore onnisciente racconta la storia della famiglia Joad, ne descrive sia l'aspetto pratico e concreto della grande migrazione (i guasti alla vettura, gli oggetti he scelgono di portarsi, che cosa scelgono di lasciare, ecc.), che l'aspetto psicologico (la nostalgia di casa, i timori e le incertezze per il futuro, ecc.) La storia di una famiglia durante la grande depressione americana diventa la storia di ogni famiglia durante una qualsiasi grande depressione nella storia dell'economia mondiale. La storia di una rivoluzione industriale e della conseguente alienazione, dove i coloni si trasformano in nomadi: la famiglia Joad costretta a partire per l'ovest, insieme ad altre migliaia di famiglie, alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza. Ma di man in mano che si inoltrano nell'ovest, incontrano sempre più persone che stanno tornando indietro perché hanno trovato condizioni disagevoli quanto quelle di partenza, se non peggiori. Di man in mano che si inoltrano nell'ovest perdono pezzi della famiglia e pian piano si trasformano in nomadi, subentrano l'adattamento e la rassegnazione. La storia della famiglia Joad dimostra nel concreto le teorie brevemente esposte da Steinbeck nei capitoli corali, oltre alle tante metafore sparse qua e là nel racconto.


Masse di disperati che migrano da una parte all'altra del continente, e non per migliorare la propria condizione ma per garantirsi la sopravvivenza: direi che non ci potrebbe essere nulla di più tremendamente attuale e il vero guaio è che oggigiorno ci siamo anche assuefatti a un certo stato di cose, di un'assuefazione che Steinbeck ha vagamente ipotizzato nel romanzo ma che non ha concretizzato più di tanto, non avrebbe potuto immaginare che nel ventunesimo secolo l'assuefazione potesse arrivare ad esser così totalizzante. In molti passaggi si esprime la sua fiducia e speranza nella catena umana e nel progresso, nel fatto che l'umanità non sta mai ferma e quando fa un passo indietro è solo perché sta per fare due balzi in avanti. C'è la speranza nella solidarietà tra sventurati ma nella realtà sappiamo che non funziona sempre così. E là dove dice che i padroni temono la massa di miserabili, sappiamo che non è così perché sono stati ben svelti ad imparare il modo di metterli in lotta gli uni contro gli altri, il 'divide ed impera' che tiene occupati quei molti che non posseggono nulla e lascia in pace quei pochi che possiedono molto.


Scoprire che un romanzo - il quale tratta argomenti così terribili ed attuali - possa anche essere così avvincente e gustoso, ha dell'incredibile ogni volta che accade. Non c'è solo l'immigrazione ma c'è tutto un contesto completo: economico, politico, i sindacati, la religione, e il tutto rappresentato nella sua concretezza. La povertà e il susseguirsi di disgrazie, il susseguirsi di luoghi e personaggi, non annoiano mai perché raccontati talmente bene, con un tono così pacatamente compassionevole da far trattenere il respiro, mai monocorde, mai inutilmente pietoso, mai inutilmente spiritoso, solo un qualche accenno amaramente ironico. Una scena inaspettata quanto potente nel finale, con una speranza flebile come un lanternino, lascia il lettore con mille pensieri e mille domande su una tragedia che sembra essere destinata a ripetersi sempre, all'infinito.

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