"Ciò che le radici della vite e degli alberi
fruttiferi producono deve andare distrutto per consentire ai prezzi di
mantenersi alti; […] Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e
s'avvicina l'epoca della vendemmia. "
A
scuola ci insegnano che l'economia è la scienza che studia il soddisfacimento
dei bisogni dell'uomo: peccato che al lato pratico essa risulti essere l'esatto
opposto, essa è piuttosto quella disciplina che strolga la maniera di
instillare nell'uomo sempre nuovi bisogni e bada a che essi non siano mai
soddisfatti sennò il giocattolo che arricchisce i soliti noti sarebbe bell'e
che rotto. Ci dicono che l'economia è un motore che fa girare il mondo, e di
certo il tentativo di soddisfare i bisogni essenziali è il motore che spinge
alla migrazione le masse di persone che sono state messe in difficoltà da
quello stesso sistema economico. "Le grandi società non sanno che la linea
di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello". Come giustamente è stato osservato in altri
commenti, legger questo romanzo ha a che fare con la capacità di indignarsi, ma
indignarsi per davvero e non solo con un 'mi piace' sul feisbuc.
All'inizio
mi sembrava di leggere 'La confraternita dell'uva' di John Fante: stesso tono
scanzonato, ci sono le stesse bevute, le stesse mangiate e le stesse vomitate,
gli stessi discorsi dei predicatori e i bar tavola calda lungo la strada con il
camion parcheggiato fuori accceso, come
in ogni film americano. Ma subito dopo poche pagine il racconto assume ben
altro registro, passata la prima impressione tutto diventa molto più
pragmatico: i discorsi, il tono, gli argomenti, le situazioni.
La
traduzione, come è già stato notato, è vistosamente antiquata, non so se questo
mi rappresenti un pregio o un difetto, sta di fatto che a lungo andare ci ho
presto gusto.
La
narrazione alterna capitoli perfettamente corali a capitoli in cui il narratore
onnisciente racconta la storia della famiglia Joad, ne descrive sia l'aspetto
pratico e concreto della grande migrazione (i guasti alla vettura, gli oggetti
he scelgono di portarsi, che cosa scelgono di lasciare, ecc.), che l'aspetto
psicologico (la nostalgia di casa, i timori e le incertezze per il futuro,
ecc.) La storia di una famiglia durante la grande depressione americana diventa
la storia di ogni famiglia durante una qualsiasi grande depressione nella
storia dell'economia mondiale. La storia di una rivoluzione industriale e della
conseguente alienazione, dove i coloni si trasformano in nomadi: la famiglia
Joad costretta a partire per l'ovest, insieme ad altre migliaia di famiglie,
alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza. Ma di man in mano che si
inoltrano nell'ovest, incontrano sempre più persone che stanno tornando
indietro perché hanno trovato condizioni disagevoli quanto quelle di partenza,
se non peggiori. Di man in mano che si inoltrano nell'ovest perdono pezzi della
famiglia e pian piano si trasformano in nomadi, subentrano l'adattamento e la
rassegnazione. La storia della famiglia Joad dimostra nel concreto le teorie
brevemente esposte da Steinbeck nei capitoli corali, oltre alle tante metafore
sparse qua e là nel racconto.
Masse
di disperati che migrano da una parte all'altra del continente, e non per
migliorare la propria condizione ma per garantirsi la sopravvivenza: direi che
non ci potrebbe essere nulla di più tremendamente attuale e il vero guaio è che
oggigiorno ci siamo anche assuefatti a un certo stato di cose, di
un'assuefazione che Steinbeck ha vagamente ipotizzato nel romanzo ma che non ha
concretizzato più di tanto, non avrebbe potuto immaginare che nel ventunesimo
secolo l'assuefazione potesse arrivare ad esser così totalizzante. In molti
passaggi si esprime la sua fiducia e speranza nella catena umana e nel
progresso, nel fatto che l'umanità non sta mai ferma e quando fa un passo
indietro è solo perché sta per fare due balzi in avanti. C'è la speranza nella
solidarietà tra sventurati ma nella realtà sappiamo che non funziona sempre
così. E là dove dice che i padroni temono la massa di miserabili, sappiamo che
non è così perché sono stati ben svelti ad imparare il modo di metterli in
lotta gli uni contro gli altri, il 'divide ed impera' che tiene occupati quei
molti che non posseggono nulla e lascia in pace quei pochi che possiedono
molto.
Scoprire
che un romanzo - il quale tratta argomenti così terribili ed attuali - possa
anche essere così avvincente e gustoso, ha dell'incredibile ogni volta che
accade. Non c'è solo l'immigrazione ma c'è tutto un contesto completo:
economico, politico, i sindacati, la religione, e il tutto rappresentato nella
sua concretezza. La povertà e il susseguirsi di disgrazie, il susseguirsi di
luoghi e personaggi, non annoiano mai perché raccontati talmente bene, con un
tono così pacatamente compassionevole da far trattenere il respiro, mai
monocorde, mai inutilmente pietoso, mai inutilmente spiritoso, solo un qualche
accenno amaramente ironico. Una scena inaspettata quanto potente nel finale,
con una speranza flebile come un lanternino, lascia il lettore con mille
pensieri e mille domande su una tragedia che sembra essere destinata a
ripetersi sempre, all'infinito.
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