L'ala trotzkista dei badogliani
In realtà non so se il mio
sentimento corrisponde davvero a quattro stelle piuttosto che a tre e mezza o
tre e tre quarti, perché mio malgrado devo ammettere che non mi ha proprio
emozionato come altri libri sulla Resistenza. Però mi ha anche insegnato un
punto di vista più completo, più realistico e meno epico. Calvino aveva scelto
di raccontare la Resistenza dal punto di vista di un bambino; in tanti hanno
scelto di offrire su quegli eventi uno sguardo freddo e lucido come Fenoglio e
Pavese ma anche Bertoli e Dusi; un altro che ho apprezzato molto è Tobino: ne
"Il Clandestino" usa un punto di vista particolare, interno ed
esterno al tempo stesso.
In questo libro Meneghello racconta
scorrevolissimo la Resistenza, con un tono molto più scanzonato rispetto gli
autori sopra citati, e contemporaneamente i suoi contenuti sono molto più
filosofici ed estetici di quegli stessi autori. Non ha il tono e l'incedere di
un'epopea, ma la racconta bene proprio perché sa sottolineare le differenze tra
le figure più o meno epiche.
Cercando di analizzare la cosa in
modo semplice: chi, sin dall'otto di settembre, ha scelto di salire sui monti
per nascondersi e organizzarsi, o era fin troppo consapevole della tragedia che
si stava svolgendo sotto i suoi occhi e cui gli toccava prender parte, oppure
era troppo incosciente e si è buttato a capofitto nella nuova piega che
l'avventura stava prendendo, senza stare troppo a pensarci su. E mentre i
protagonisti dei libri che ho citato
sopra sembrano sempre appartenere alla prima categoria, l'avventura raccontata
da Meneghello per lui stesso e i suoi compagni sembra essere della seconda
categoria. A distanza di tanti anni dagli eventi narrati (il libro è del '64),
l'autore riesce a ridare voce all'incoscienza e all'ingenuità dei suoi
vent'anni. Il punto di partenza del suo racconto è il non aver nessuna
considerazione e nessuna pretesa per sé e per i suoi compagni. Le citazioni che
ho sottolineato e che rappresentano questa posizione sono tantissime, sin
dall'inizio dove dice "Non eravamo mica buoni, a fare la guerra"
oppure "La nostra piccola guerra si sposta sul piede di casa" o
ancora per definire la sua banda dice "noi quattro ragazzotti" e
anche "noi quattro gatti".
E lo stesso Meneghello ci tiene a
sottolineare la differenza le due categorie di partigiani, tra i ragazzotti
come lui e i suoi amici e quegli altri che sin dall'inizio venivano visti come
figure epiche e leggendarie. Lui e i suoi amici sono "maestri" nel
senso che sono borghesi intellettuali: "C'era più grammatica tra noi, più
sintassi, più eloquenza, più dialettica, più scienze naturali pure e applicate
che in ogni altra squadra partigiana dal tempo dei Maccabei." In un
passaggio dice che loro sono dei "privati" nel senso che non sono lì
per seguire l'ideologia di un partito piuttosto che di un altro, ma solo e
unicamente la loro coscienza/incoscienza. E così questo racconto che può
sembrare burlone e ironico in realtà è un tentativo di estrema sincerità e di
estrema analisi, il tentativo di ulteriori discernimenti oltre alla solita
distinzione tra rossi e azzurri. Forse un racconto fin troppo filosofico ed
estetico, perché anche se lo fa scherzandoci su, resta il fatto che si sofferma
a fare le distinzioni tra chi era vestito così e chi era vestito cosà, racconta
delle scarpe e del vestiario e degli armamenti non solo per raccontare episodi
pratici di guerra e di disagio della vita alla macchia, ma anche per raccontare
il significato intrinseco di una camicia o di un mocassino o di un fucile o di
una pistola o una bomba. Altro esempio: sottolinea come loro sono stati tra i
pochi a rifiutarsi di assumere nomi di battaglia in quanto "l'utilità ci
pareva dubbia e come fatto di stile ci ripugnava". Ecco che ci si rimette
di mezzo la questione dello 'stile'. In teoria "Mentre russi e alleati
tiravano il collo al nazismo, noi cercavamo almeno di tirarlo alla
retorica", ma poi nella pratica finiscono per dare all'estetica e allo
stile molta più importanza di quanta gliene abbiano data gli altri. A onor del
vero devo pur notare che, a guerra finita, quando viene invitato a scrivere
l'articolo di fondo per il giornale che deve uscire il giorno dopo la liberazione,
Meneghello rifiuta perché sostiene di non avere nulla da insegnare a nessuno e
vuole rientrare - pur con difficoltà - nei ranghi della sua condizione di
studente.
In questo libro la Resistenza è
l'ambientazione, ma in verità più che l'azione c'è un quadro della quotidianità
dall'autunno del '43 alla primavera del '45. Oltre a ribadire sempre la
differenza tra chi era partigiano per estrema consapevolezza e chi per estrema
incoscienza, emerge fortemente anche la differenza tra borghesi e popolani,
tema che invece negli altri libri sulla Resistenza finisce per restare
piuttosto marginale. In un momento storico così particolare, le due classi si
sono annusate tra loro, hanno lavorato gomito a gomito per gli stessi obiettivi
eppure non si sono mai veramente mescolate, le distinzioni restano sempre e
comunque, e Meneghello non manca di sottolinearle: in qualità di borghesissimo
studente di filosofia, egli osserva i popolani, a tratti ironizza, ma per lo
più li invidia e li ammira. "Si parlava di darsi una mano gli uni cogli
altri, tra paesani, come si fa in un calamità naturale"
"Che bellezza, studenti e
popolani armati, in marcia per questi magnifici greppi; noi gli portiamo un
grano di radicalismo, loro hanno tesori di sapienza pragmatica."
"Si sentiva che questa gente,
su pei monti, e anche nelle pianure, aveva sempre a che fare con le durezze
elementari della vita, e pareva che al confronto noi fossimo dei ragazzi
viziati che ci mettevamo nei guai, e poi andavamo a farci assistere da loro: e
loro ci assistevano".
Pur con tutta la sua filosofia - o
forse proprio grazie ad essa - riesce comunque a sottolineare con chiarezza
aspetti che in altri libri restano un po' più nebulosi, riesce a proporre delle
panoramiche complete (come già ho potuto trovare nel libro di Tobino), ad
esempio: "Spuntava da sé l'idea di andare in montagna. Era associata con
la sensazione che il fermento popolare dei primi mesi fosse ormai sbollito,
l'occasione perduta. Ora bisognava arrangiarsi da sé […]L'unica cosa su cui
potevamo orientarci, in mezzo al paese crollato, era quella che faceva di noi
un gruppo, il legame con l'opposizione culturale e intellettuale. Noi la
conoscevamo solo in qualche persona e in qualche libro; ci sentivamo soltanto
neofiti e catecumeni, ma ci pareva che ora toccasse proprio a noi prendere
questi misteri e portarceli via dalle città contaminate…"
E ogni volta, dopo i rastrellamenti
da parte dei tedeschi o dopo che per qualche motivo la banda finiva per
disperdersi: "Andava così, disfatta una incarnazione della banda
cominciava subito a formarsene un'altra […] Dove c'erano due o tre di noi si
può dire che c'era la banda […]Era la cosa migliore in tutta questa faccenda,
che avevamo davvero un senso collettivo, e la presenza di due o tre non ti dava
una mezza banda, ma la banda tout court."
Ultima citazione, stagliuzzo così da
non tirarla troppo per le lunghe, ma contiene tutta l'anima del libro, sia nel
tono ironico che nel filosofeggiare. In fin dei conti, già questo episodio da
solo vale le quattro stelle.
"Dunque", conclusi "
se voi mettete fuori la chiacchiera che noi siamo badogliani, noi diremo che
voi siete troskisti. Lo sai chi era Trotzki?"
"Era una carogna" disse
Simeone.
"Sbagliato" dissi.
"Era bravo più o meno come Lenin, e ancora più brillante."
"Non sarete mica
troskisti?" disse Simeone.
"Ma sì" dissi, "l'ala
troskista dei badogliani"
Nessun commento:
Posta un commento