domenica 21 febbraio 2016

I piccoli maestri - Luigi Meneghello


L'ala trotzkista dei badogliani



In realtà non so se il mio sentimento corrisponde davvero a quattro stelle piuttosto che a tre e mezza o tre e tre quarti, perché mio malgrado devo ammettere che non mi ha proprio emozionato come altri libri sulla Resistenza. Però mi ha anche insegnato un punto di vista più completo, più realistico e meno epico. Calvino aveva scelto di raccontare la Resistenza dal punto di vista di un bambino; in tanti hanno scelto di offrire su quegli eventi uno sguardo freddo e lucido come Fenoglio e Pavese ma anche Bertoli e Dusi; un altro che ho apprezzato molto è Tobino: ne "Il Clandestino" usa un punto di vista particolare, interno ed esterno al tempo stesso.

In questo libro Meneghello racconta scorrevolissimo la Resistenza, con un tono molto più scanzonato rispetto gli autori sopra citati, e contemporaneamente i suoi contenuti sono molto più filosofici ed estetici di quegli stessi autori. Non ha il tono e l'incedere di un'epopea, ma la racconta bene proprio perché sa sottolineare le differenze tra le figure più o meno epiche.



Cercando di analizzare la cosa in modo semplice: chi, sin dall'otto di settembre, ha scelto di salire sui monti per nascondersi e organizzarsi, o era fin troppo consapevole della tragedia che si stava svolgendo sotto i suoi occhi e cui gli toccava prender parte, oppure era troppo incosciente e si è buttato a capofitto nella nuova piega che l'avventura stava prendendo, senza stare troppo a pensarci su. E mentre i protagonisti dei libri  che ho citato sopra sembrano sempre appartenere alla prima categoria, l'avventura raccontata da Meneghello per lui stesso e i suoi compagni sembra essere della seconda categoria. A distanza di tanti anni dagli eventi narrati (il libro è del '64), l'autore riesce a ridare voce all'incoscienza e all'ingenuità dei suoi vent'anni. Il punto di partenza del suo racconto è il non aver nessuna considerazione e nessuna pretesa per sé e per i suoi compagni. Le citazioni che ho sottolineato e che rappresentano questa posizione sono tantissime, sin dall'inizio dove dice "Non eravamo mica buoni, a fare la guerra" oppure "La nostra piccola guerra si sposta sul piede di casa" o ancora per definire la sua banda dice "noi quattro ragazzotti" e anche "noi quattro gatti".



E lo stesso Meneghello ci tiene a sottolineare la differenza le due categorie di partigiani, tra i ragazzotti come lui e i suoi amici e quegli altri che sin dall'inizio venivano visti come figure epiche e leggendarie. Lui e i suoi amici sono "maestri" nel senso che sono borghesi intellettuali: "C'era più grammatica tra noi, più sintassi, più eloquenza, più dialettica, più scienze naturali pure e applicate che in ogni altra squadra partigiana dal tempo dei Maccabei." In un passaggio dice che loro sono dei "privati" nel senso che non sono lì per seguire l'ideologia di un partito piuttosto che di un altro, ma solo e unicamente la loro coscienza/incoscienza. E così questo racconto che può sembrare burlone e ironico in realtà è un tentativo di estrema sincerità e di estrema analisi, il tentativo di ulteriori discernimenti oltre alla solita distinzione tra rossi e azzurri. Forse un racconto fin troppo filosofico ed estetico, perché anche se lo fa scherzandoci su, resta il fatto che si sofferma a fare le distinzioni tra chi era vestito così e chi era vestito cosà, racconta delle scarpe e del vestiario e degli armamenti non solo per raccontare episodi pratici di guerra e di disagio della vita alla macchia, ma anche per raccontare il significato intrinseco di una camicia o di un mocassino o di un fucile o di una pistola o una bomba. Altro esempio: sottolinea come loro sono stati tra i pochi a rifiutarsi di assumere nomi di battaglia in quanto "l'utilità ci pareva dubbia e come fatto di stile ci ripugnava". Ecco che ci si rimette di mezzo la questione dello 'stile'. In teoria "Mentre russi e alleati tiravano il collo al nazismo, noi cercavamo almeno di tirarlo alla retorica", ma poi nella pratica finiscono per dare all'estetica e allo stile molta più importanza di quanta gliene abbiano data gli altri. A onor del vero devo pur notare che, a guerra finita, quando viene invitato a scrivere l'articolo di fondo per il giornale che deve uscire il giorno dopo la liberazione, Meneghello rifiuta perché sostiene di non avere nulla da insegnare a nessuno e vuole rientrare - pur con difficoltà - nei ranghi della sua condizione di studente.



In questo libro la Resistenza è l'ambientazione, ma in verità più che l'azione c'è un quadro della quotidianità dall'autunno del '43 alla primavera del '45. Oltre a ribadire sempre la differenza tra chi era partigiano per estrema consapevolezza e chi per estrema incoscienza, emerge fortemente anche la differenza tra borghesi e popolani, tema che invece negli altri libri sulla Resistenza finisce per restare piuttosto marginale. In un momento storico così particolare, le due classi si sono annusate tra loro, hanno lavorato gomito a gomito per gli stessi obiettivi eppure non si sono mai veramente mescolate, le distinzioni restano sempre e comunque, e Meneghello non manca di sottolinearle: in qualità di borghesissimo studente di filosofia, egli osserva i popolani, a tratti ironizza, ma per lo più li invidia e li ammira. "Si parlava di darsi una mano gli uni cogli altri, tra paesani, come si fa in un calamità naturale"

"Che bellezza, studenti e popolani armati, in marcia per questi magnifici greppi; noi gli portiamo un grano di radicalismo, loro hanno tesori di sapienza pragmatica."

"Si sentiva che questa gente, su pei monti, e anche nelle pianure, aveva sempre a che fare con le durezze elementari della vita, e pareva che al confronto noi fossimo dei ragazzi viziati che ci mettevamo nei guai, e poi andavamo a farci assistere da loro: e loro ci assistevano".



Pur con tutta la sua filosofia - o forse proprio grazie ad essa - riesce comunque a sottolineare con chiarezza aspetti che in altri libri restano un po' più nebulosi, riesce a proporre delle panoramiche complete (come già ho potuto trovare nel libro di Tobino), ad esempio: "Spuntava da sé l'idea di andare in montagna. Era associata con la sensazione che il fermento popolare dei primi mesi fosse ormai sbollito, l'occasione perduta. Ora bisognava arrangiarsi da sé […]L'unica cosa su cui potevamo orientarci, in mezzo al paese crollato, era quella che faceva di noi un gruppo, il legame con l'opposizione culturale e intellettuale. Noi la conoscevamo solo in qualche persona e in qualche libro; ci sentivamo soltanto neofiti e catecumeni, ma ci pareva che ora toccasse proprio a noi prendere questi misteri e portarceli via dalle città contaminate…"

E ogni volta, dopo i rastrellamenti da parte dei tedeschi o dopo che per qualche motivo la banda finiva per disperdersi: "Andava così, disfatta una incarnazione della banda cominciava subito a formarsene un'altra […] Dove c'erano due o tre di noi si può dire che c'era la banda […]Era la cosa migliore in tutta questa faccenda, che avevamo davvero un senso collettivo, e la presenza di due o tre non ti dava una mezza banda, ma la banda tout court."



Ultima citazione, stagliuzzo così da non tirarla troppo per le lunghe, ma contiene tutta l'anima del libro, sia nel tono ironico che nel filosofeggiare. In fin dei conti, già questo episodio da solo vale le quattro stelle.



"Dunque", conclusi " se voi mettete fuori la chiacchiera che noi siamo badogliani, noi diremo che voi siete troskisti. Lo sai chi era Trotzki?"

"Era una carogna" disse Simeone.

"Sbagliato" dissi. "Era bravo più o meno come Lenin, e ancora più brillante."

"Non sarete mica troskisti?" disse Simeone.

"Ma sì" dissi, "l'ala troskista dei badogliani"

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