lunedì 15 febbraio 2016

Vergine giurata - Elvira Dones


Molto bello e molto meglio di quello che mi aspettavo inizialmente. Ben ricostruita l'Albania degli anni '80, sia la capitale Tirana che il villaggio sperduto tra le montagne del nord; e mi è piaciuta anche l'ambientazione nella provincia americana negli anni duemila, perché non ha nulla di luccicoso e zuccheroso, non insegue affatto il sogno americano - forse soltanto un poco nell'affrettarsi del finale -  è semplicemente una ambientazione occidentale e multirazziale dove la storia va a concludersi; molto diverso sarebbe stato concluderla in Europa: occidentale sì, ma multirazziale proprio no.



Due temi di grande attualità: uno è l'emigrazione, con la conseguente nostalgia per il paese natìo, e le difficoltà di adeguamento a un nuovo mondo. L'altro tema è una profonda e per nulla banale riflessione sul mondo femminile: l'essere donna in una società arcaica, l'essere donna in una moderna società cosiddetta occidentale, con tutte le differenze che ci passano in mezzo, con le possibilità di scelta che una donna può prendere e i passaggi obbligati ai quali proprio non può sottrarsi. Nelle differenze tra uomo e donna, quanto contano gli elementi meramente biologici e quanto gli elementi di contesto/contorno/educazione? E quanto contano le scelte che semplicemente un individuo compie per sé stesso, uomo o donna che sia? L'elemento originale che consente lo scaturire di queste riflessioni è una usanza, prevista dall'antico codice di consuetudini, vigente forse ancora oggi tra i villaggi delle impervie montagne nel nord dell'Albania: questa antica usanza prevede che per scelta o per necessità una donna possa diventare un uomo in tutto e per tutto, semplicemente vestendosi e comportandosi da uomo, assumendo i diritti e i doveri che in quella società spettano solo agli uomini, e praticando una completa astinenza per quanto riguarda la vita sessuale. Gli articoli e i documentari si diffondono in mille spiegazioni psicologiche e antropologiche di questo singolare e circoscritto fenomeno: ho provato a leggerne e sentirne alcuni prima di iniziare la lettura del libro, per documentarmi un poco, ma nessuno mi ha soddisfatto, trovo che girino tutti intorno alla questione senza intaccarne il nocciolo. Ed invece è proprio leggendo il libro che si ha la sensazione di arrivare a toccare con mano il cuore della questione, l'esempio concreto di una vicenda perfettamente realistica consente non solo di sentire tutte le emozioni provate dalla protagonista Hana, ma anche di capire i pro e i contro di questa particolare usanza e di fare il paragone con la società in cui noi viviamo. Hana non è stata del tutto libera di scegliere la sua vita, ma neanche del tutto obbligata a mettere in pratica questa scelta radicale… il realismo della storia sta anche in questo, non ci sono il bene e il male distintamente separati da una parte e dall'altra, c'è solo vita quotidiana inestricabile e indecifrabile, sentimenti di gioia e di angoscia che scaturiscono nel medesimo istante, alla vista dello stesso identico paesaggio.



"Era l'unica ragazza del villaggio iscritta all'Università. Lei non voleva avere bambini, voleva solo i libri. Ma in mezzo alle montagne questo non potevi dirlo, se eri nata donna."



"Questo dettava l'antica legge dei monti, e nulla poteva incutere più timore del Kanun. Era oscuro e brillante come un incubo ricorrente."



"Se sei donna, e sei albanese e sei montanara e sei cattolica con il tuo Cristo colpevole messo al bando dai comunisti, non ti resta che dimenticare quella bruttura che ti hanno spinto giù a forza spacciandotela per vita."



La storia in sé presenta alcune analogie con "Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun: una donna che prima deve imparare a diventare un uomo, e quando alla fine c'è riuscita, deve reimparare ad essere una donna;  ma tra i due ho apprezzato maggiormente questo racconto della Dones, sia perché scaturisce da un esempio più concreto e particolare, sia perché lo sviluppo stesso della storia, con le sue situazioni ed i suoi personaggi, è molto più prammatico, meno onirico e meno fantasioso del libro di Tahar Ben Jelloun.



Protagonista è anche la vita in montagna, o meglio le montagne impervie sono protagoniste silenziose del racconto, osservano la giovane Hana dall'alto, quando lei si trova lì nel villaggio, e pare riescano a osservarla anche da lontano quando lei si trova in America.

"…le Montagne Maledette. Era conclusivo come nome, non lasciava scampo alla speranza. Invece da vicino erano mansuete, bisognava saperle prendere. Bisognava solo imparare a dormirci dentro senza farsi influenzare dal nome, forse dato da qualche forestiero, da qualche viandante che di quei luoghi non sapeva nulla. Niente di maledetto, solo cautela e silenzio. Tu non li aggredivi, i monti, e loro ti lasciavano stare. "



Consigliato sia a chi cerca una storia con la giusta miscela di poesia e di realismo, sia a chi vuole documentarsi avendo sentito parlare dell'esistenza di queste singolari discendenti delle amazzoni.

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