Molto bello e molto meglio di quello
che mi aspettavo inizialmente. Ben ricostruita l'Albania degli anni '80, sia la
capitale Tirana che il villaggio sperduto tra le montagne del nord; e mi è
piaciuta anche l'ambientazione nella provincia americana negli anni duemila,
perché non ha nulla di luccicoso e zuccheroso, non insegue affatto il sogno
americano - forse soltanto un poco nell'affrettarsi del finale - è semplicemente una ambientazione occidentale
e multirazziale dove la storia va a concludersi; molto diverso sarebbe stato
concluderla in Europa: occidentale sì, ma multirazziale proprio no.
Due temi di grande attualità: uno è
l'emigrazione, con la conseguente nostalgia per il paese natìo, e le difficoltà
di adeguamento a un nuovo mondo. L'altro tema è una profonda e per nulla banale
riflessione sul mondo femminile: l'essere donna in una società arcaica,
l'essere donna in una moderna società cosiddetta occidentale, con tutte le
differenze che ci passano in mezzo, con le possibilità di scelta che una donna
può prendere e i passaggi obbligati ai quali proprio non può sottrarsi. Nelle
differenze tra uomo e donna, quanto contano gli elementi meramente biologici e
quanto gli elementi di contesto/contorno/educazione? E quanto contano le scelte
che semplicemente un individuo compie per sé stesso, uomo o donna che sia?
L'elemento originale che consente lo scaturire di queste riflessioni è una
usanza, prevista dall'antico codice di consuetudini, vigente forse ancora oggi
tra i villaggi delle impervie montagne nel nord dell'Albania: questa antica
usanza prevede che per scelta o per necessità una donna possa diventare un uomo
in tutto e per tutto, semplicemente vestendosi e comportandosi da uomo,
assumendo i diritti e i doveri che in quella società spettano solo agli uomini,
e praticando una completa astinenza per quanto riguarda la vita sessuale. Gli
articoli e i documentari si diffondono in mille spiegazioni psicologiche e
antropologiche di questo singolare e circoscritto fenomeno: ho provato a
leggerne e sentirne alcuni prima di iniziare la lettura del libro, per
documentarmi un poco, ma nessuno mi ha soddisfatto, trovo che girino tutti
intorno alla questione senza intaccarne il nocciolo. Ed invece è proprio
leggendo il libro che si ha la sensazione di arrivare a toccare con mano il
cuore della questione, l'esempio concreto di una vicenda perfettamente
realistica consente non solo di sentire tutte le emozioni provate dalla
protagonista Hana, ma anche di capire i pro e i contro di questa particolare
usanza e di fare il paragone con la società in cui noi viviamo. Hana non è
stata del tutto libera di scegliere la sua vita, ma neanche del tutto obbligata
a mettere in pratica questa scelta radicale… il realismo della storia sta anche
in questo, non ci sono il bene e il male distintamente separati da una parte e
dall'altra, c'è solo vita quotidiana inestricabile e indecifrabile, sentimenti
di gioia e di angoscia che scaturiscono nel medesimo istante, alla vista dello
stesso identico paesaggio.
"Era l'unica ragazza del
villaggio iscritta all'Università. Lei non voleva avere bambini, voleva solo i
libri. Ma in mezzo alle montagne questo non potevi dirlo, se eri nata
donna."
"Questo dettava l'antica legge
dei monti, e nulla poteva incutere più timore del Kanun. Era oscuro e brillante
come un incubo ricorrente."
"Se sei donna, e sei albanese e
sei montanara e sei cattolica con il tuo Cristo colpevole messo al bando dai
comunisti, non ti resta che dimenticare quella bruttura che ti hanno spinto giù
a forza spacciandotela per vita."
La storia in sé presenta alcune
analogie con "Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun: una donna che
prima deve imparare a diventare un uomo, e quando alla fine c'è riuscita, deve
reimparare ad essere una donna; ma tra i
due ho apprezzato maggiormente questo racconto della Dones, sia perché
scaturisce da un esempio più concreto e particolare, sia perché lo sviluppo
stesso della storia, con le sue situazioni ed i suoi personaggi, è molto più
prammatico, meno onirico e meno fantasioso del libro di Tahar Ben Jelloun.
Protagonista è anche la vita in
montagna, o meglio le montagne impervie sono protagoniste silenziose del
racconto, osservano la giovane Hana dall'alto, quando lei si trova lì nel
villaggio, e pare riescano a osservarla anche da lontano quando lei si trova in
America.
"…le Montagne Maledette. Era
conclusivo come nome, non lasciava scampo alla speranza. Invece da vicino erano
mansuete, bisognava saperle prendere. Bisognava solo imparare a dormirci dentro
senza farsi influenzare dal nome, forse dato da qualche forestiero, da qualche
viandante che di quei luoghi non sapeva nulla. Niente di maledetto, solo
cautela e silenzio. Tu non li aggredivi, i monti, e loro ti lasciavano stare.
"
Consigliato sia a chi cerca una
storia con la giusta miscela di poesia e di realismo, sia a chi vuole
documentarsi avendo sentito parlare dell'esistenza di queste singolari
discendenti delle amazzoni.
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