Mi piace passare da un estremo
all'altro. E così ho deciso di passare dalla storia inventata di una
"stirpe" che proprio stirpe non è - visto che dal nulla viene e nel
nulla ritorna - alla storia vera di uno che più stirpe di così, più blasonato
di così si muore: e per certi aspetti ne morirà. E tuttavia c'è qualcosa in
comune tra Napoleone, un uomo che ha toccato vette inarrivabili, e un piccolo e
insignificante fabbro come Michele Angelo, il protagonista della
"Stirpe" di Fois: entrambi hanno l'urgenza di procreare dei
discendenti e anche di crearsi degli avi, a costo di inventarseli o acquisirli.
Il libro osserva la parabola di
Napoleone principalmente in relazione ai rapporti con il figlio e con la moglie
Maria Luisa (o come si dice da queste parti, Maria Luigia) d'Austria.
Dal punto di vista storico mi pare
un buon lavoro, ben strutturato, utilizza una gran varietà di fonti - del resto
documenti su quell'epoca e quei personaggi non ne mancano di certo - e racconta
con toni sempre pacati senza eccesso di enfasi nemmeno nelle sequenze più
drammatiche della Storia. Bisogna notare che generalmente le valutazioni
psicologiche dell'autrice depongono a favore di Napoleone e a sfavore di
Asburgo e alleati, non senza una qualche contraddizione e mancanza di
obiettività: mentre i secondi vengono spesso tacciati di cinismo e tradimento,
il primo può al massimo definirsi vittima dei propri errori, o dei tradimenti o
della malasorte; se il lettore si fermasse solo al giudizio dell'autrice,
Napoleone sembrerebbe un genio immune da veri e propri difetti. Osservo in
particolare alcune mancanze di obiettività nei giudizi che l'autrice esprime su
Maria Luigia: a quanto pare la donna non era in grado di manifestare il suo
affetto per il figlio, ma chissà a quanti altri genitori accade questa cosa
ancora tutt'oggi; e d'altro canto l'autrice tende ad esaltare l'affetto che
Napoleone non mancava mai di manifestare nei confronti del bambino, quando
invece risulta piuttosto semplice intuire, dalle sue stesse parole e dai suoi
stessi gesti, come egli attraverso l'idolatria del piccolo erede, alla fin fine
intendesse esaltare più che altro sé stesso. Tornando a Maria Luigia: le si
muove la critica di occuparsi soltanto di ricami, musica, disegno ed
equitazione: ma se avesse provato ad occuparsi di affari di Stato e di governo,
poi le si sarebbe potuto muovere la critica opposta, cioè di essersi intromessa
in faccende che non la riguardavano (anche in questo la condizione femminile di
oggi non è granché cambiata: se fai una cosa c'è chi ha da ridire perché la
fai, e se non la fai avranno ugualmente da ridire perché non l'hai fatta…). O
ancora: si osserva come il diario da lei scritto durante il periodo del crollo
dell'impero risulti "di una monotonia infinita, di un'aridità assoluta.
Non esprime niente se non un elenco di luoghi e di persone…"; ma non lo si
poterebbe semplicemente interpretare come una valvola di sfogo di una persona
che in quel momento aveva paure e preoccupazioni, magari anche solo per sé
stessa?
Si contraddice dal momento in cui
inneggia abbastanza apertamente per la ventata di liberismo, libertà e novità
che Napoleone ha portato in Europa, in contrasto con l'immobilismo dell'ancien
regime; però quando parla di Napoleone II sembra rivendicare per lui un trono:
di Francia, o di Polonia, o di Grecia, un trono qualsiasi purché trono sia, dal
momento in cui egli è stato educato per essere re: e allora in questo senso
finisce per avallare uno dei principi dello stesso ancien regime che vuole i
sovrani e i governanti per diritto divino e di nascita, e non per meriti…
A parte queste mie personalissime
osservazioni, si tratta di un gran bel lavoro anche dal punto di vista
narrativo, scorre decisamente bene. Il testo è prettamente storico, per nulla
romanzato in quanto le sole parti di fantasia che vi si trovano sono brevi
scene senza alcuna fiction, come delle istantanee, a partire dalle quali si
introduce il racconto: si tratta sempre di immagini talmente semplici e
basilari da essere ben più che plausibili. E pur nella sua rigorosità di testo
storico, riesce a essere avvincente come un vero e proprio romanzo: bisogna
riconoscere che il merito di questo sta tutto in un'ottima narrazione,
compatta, completa ma mai pedante.
Ci sono tanti temi di grande
attualità: il modo in cui si sviluppa l'importanza della propaganda, dei media
- all'epoca principalmente la stampa; e lo sviluppo del marketing con i gadgets
che riportano l'effigie di Napoleone II. Anche questa è un'usanza giunta fino a
noi perfettamente invariata.
Ancora attualità: il congresso di
Vienna somiglia paurosamente agli odierni g7, g8, g20 e via discorrendo:
"…messo a punto uno scenario di straordinaria grazia ed eleganza, un
Congresso, dall'intenso glamour mondano e dalla levità quasi rococò, uno scenario
adatto a far distrarre i partecipanti […] gli ospiti passano da una
celebrazione all'altra, da un ballo all'altro, partecipano alle sfilate degli
eleganti equipaggi sul Graben e assistono alle parate dei militari di tante
nazioni diverse…"
Dunque il libro ricostruisce non
solo l'epopea di Napoleone ma anche tutto il contesto, con l'obiettivo di
arrivare ad illustrare un personaggio così vero eppure così romantico come
Napoleone II, questa persona che è esistita eppure al tempo stesso è quasi come
se non fosse mai esistita, talmente leggendario da essere egli stesso il primo
a credere nella propria leggenda: nel corso della sua breve vita gli sono stati
attribuiti e tolti i più svariati titoli e cariche, persino il nome gli è stato
imposto di cambiare. "Colpisce in questa storia senza lieto fine […]
l'assenza di autonomo valore del figlio di Napoleone. Sembra che egli possa
muoversi solo se si tirano altri fili, che esista solo se qualcuno lo designa a
rivestire un ruolo. Che sia vivo o meno, è quasi irrilevante. Paradossi di un
destino in cui tutto è arrivato troppo presto o troppo tardi." Se la
spiegazione storica di una tale situazione è fin troppo evidente - il ragazzo
ha avuto un padre decisamente ingombrante - tuttavia dal punto di vista umano e
psicologico non può non appassionare la parabola di colui "che prima di
nascere era già un personaggio" e che poi "non ha avuto la
possibilità di diventare niente. Né imperatore, né più semplicemente sé stesso".
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